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martedì 10 novembre 2020

C'è un collegamento tra il consumo di dolci e la Malattia d'Alzheimer?


Antonella E, Treviso : Ho visto che ha scritto diversi articoli sulla Malattia d'Alzheimer, può dirmi se c'è un collegamento tra i consumi di dolci e la malattia d'Alzheimer.

L'eziologia della malattia d'Alzheimer, la forma più comune di demenza rimane sconosciuta. La comunità medico scientifica è orientata a individuare più fattori come la genetica, la formazione di placche amiloidi nel cervello, i grovigli della proteina tau che si accumula all'interno della cellule. 

Negli ultimi anni è stata individuata una predisposizione genetica, altrimenti noto come l'eredità dell'allele ε4 della Apolipoproteina E (APO-E) che sembra avere un ruolo molto importante nello sviluppo della patologia.

E' stato dato molto rilievo anche alle infezioni in particolare di due virus della famiglia degli herpesvirus (HHV-6A e HHV-7) si è presupposto che i geni dei due virus possono interagire con le reti geniche dei neuroni, alterandone il metabolismo e favorendo lo sviluppo di placche amiloidi e grovigli di proteine tau nel cervello.

Sembra che invece possa giocare un ruolo importante l'alimentazione nello sviluppo e nella gestione della malattia.


In molti ricercatori c'è il sospetto che esista un legame tra lo zucchero e Alzheimer. Recentemente nel Giugno 2020 è stato pubblicato sulla Rivista Alzheimer & dementia uno studio condotto in Francia dove si è voluto verificare se come negli animali un'alimentazione con alimenti raffinati ricchi di carboidrati complessi, possa determinare  o peggiorare il morbo d'Alzheimer

In effetti da questo studio sembrerebbe che l'elevato carico glicemico quotidiano sia associato allo sviluppo della demenza e nei soggetti con predisposizione genetica dell'allele ε4 della Apolipoproteina E (APO-E) allo sviluppo del morbo di Alzheimer.

L'ipotesi che si avanza è che il consumo di prodotti raffinati possono favorire picchi di glicemia che ripetuti quotidianamente possano stimolare un' insulinoresistenza periferica e celebrale che favorisce lo sviluppo della demenza. Chi è predisposto geneticamente è più facile che possa sviluppare il morbo d'Alzheimer.


In un altro studio pubblicato sulla rivista Scientific Report del 2017 si mette in relazione la glicazione proteica, ovvero quell’alterazione che si genera in presenza di elevate quantità di zucchero nel sangue e lo sviluppo del Morbo d'Alzheimer.

Da questo studio sembra che che l’iperglicemia disattivi un enzima protettivo (MF) deputato alla difesa delle cellule nervose . La disattivazione di questo enzima potrebbe nelle primissime fasi favorire lo  sviluppo dell’Alzheimer.

In sintesi:

Il Morbo d'Alzheimer ha cause multifattoriali, di cui l'eziologia è tutt'ora sconosciuta.

Questi studi avanzano l'ipotesi che un alimentazione con eccesso di alimenti raffinati ricchi di carboidrati complessi o ricchi di zucchero possano in qualche modo a lungo termine stimolare la demenza, favorire nelle primissime fasi lo sviluppo della malattia d' Alzheimer più facilmente in soggetti geneticamente predisposti.

Si potrebbe pertanto ipotizzare per tutti e in modo particolare per coloro che hanno avuto nella loro famiglia casi di demenza o casi d'Alzheimer, di seguire un 'alimentazione con meno alimenti trasformati e raffinati possibile, meglio con l'adozione di una dieta a basso indice glicemico o moderato, ricca di frutta e verdura fresca, con grassi di buona qualità e un ridotto consumi di grassi saturi (né più né meno di quello che attualmente si consiglia di seguire indipendentemente dall'Alzheimer). 

Riferimenti:

A) Omar Kassaar, Marta Pereira Morais, Suying Xu, Emily L. Adam, Rosemary C. Chamberlain, Bryony Jenkins, Tony D. James, Paul T. Francis, Stephen Ward, Robert J. Williams & Jean van den Elsen "Macrophage Migration Inhibitory Factor is subjected to glucose modification and oxidation in Alzheimer’s Disease" Scientific Reports volume 7, Article number: 42874 (2017) 

B) Mélissa Gentreau  Virginie Chuy  Catherine Féart  Cécilia Samieri  Karen Ritchie  Michel Raymond  Claire Berticat  Sylvaine Artero "Refined carbohydrate‐rich diet is associated with long‐term risk of dementia and Alzheimer's disease in apolipoprotein E ε4 allele carriers" Alzeimer's & Dementia: 07 June 2020 


mercoledì 23 gennaio 2019

La candida è la causa dello sviluppo del morbo di Alzheimer?

Marta C. Bassano del Grappa: é vero che la candida è responsabile del Morbo d'Alzheimer?

A tutt'ora l'eziologia del Morbo di Alzheimer non è nota o meglio non si conoscono i fattori che generano il Morbo d'Alzheimer. Ogni tanto ci sono studi che cercano di provare tesi molto originali, la scienza ha lo scopo di sperimentare anche strade nuove, tuttavia nessuna di questa si è rilevata corretta.

Esiste un percorso di ricerca che vede coinvolto il Prof. di Immunologia David Corry del Baylor College of Medicine di Huston (Texas) secondo cui i funghi potrebbero essere la causa di molte malattie collegate con la demenza.

La candida albicans è un fungo microscopico che è responsabile di molte infezioni della pelle e della  micosi vaginale, in individui con sistemi immunitari compromessi può essere responsabile di infezioni respiratorie e di infezioni opportunistiche molto gravi che possono portare ad una candidosi sistemica.

La principale difficolta è come dimostrare che questi funghi possono superare la barriera emato encefelica. 


In un recente studio pubblicato su Nature alcuni ricercatori sulle cavie sono riusciti a dimostrare che è possibile in alcune particolari condizioni che attraverso l'intestino la candida possa raggiungere il sangue e poi il cervello dove stimola l'attività infiammatoria.

Le cellule della Microglia che intervengono per proteggere il cervello formano delle strutture granotulomatose che possono essere precursori delle proteine amiloidi che formano le caratteristiche placche responsabili dell'Alzheimer.

Per questa tesi è possibile pensare ipoteticamente che la barriera emato encefelica può deteriorarsi con il tempo e con l'età e che può permettere ai lieviti come la candida, attraverso il sangue di penetrare all'interno del cervello per dare origine allo sviluppo di malattie degenerative come il morbo d'Alzheimer, il morbo di Parkinson e la Sclerosi Multipla.


Attualmente questa è una tesi di ricerca che deve essere suffragata da ulteriori studi, non ci sono ancora prove certe e scientificamente condivise che ci sia un collegamento tra Candida Albicans e il Morbo di Alzheimer.

Ricordo che la candida albicans è un fungo normalmente presente nel corpo umano e sotto controllo ma ci sono alcune condizioni che possono favorire il suo sviluppo, come trattamenti antibiotici prolungati nel tempo che destabilizzano la flora batterica e favoriscono le infezioni fungine. 

Anche se non c'è una relazione diretta tra l'alimentazione e la candida ci sono alcune note alimentari che suggerisco di leggere nel post Una Dieta per la Candida del 2014 ancora attuale, ricordo che solo che i funghi si nutrono di glucosio pertanto limitare gli zuccheri è un ottima nota per controllare la candidosi.

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Fattori a rischio della malattia d'Alzheimer
Quale dieta per la Candida ?

Riferimenti: 
Yifan Wu, Shuqi Du, Jennifer L. Johnson, Hui-Ying Tung, Cameron T. Landers, Yuwei Liu, Brittany G. Seman, Robert T. Wheeler, Mauro Costa-Mattioli, Farrah Kheradmand, Hui Zheng & David B. Corry " Microglia and amyloid precursor protein coordinate control of transient Candida cerebritis with memory deficits" Nature Communications volume  10, Article number: 58 (2019)

giovedì 19 luglio 2018

Che cos'è l'indice infiammatorio alimentare? (inflammation food index)

Luca M., Alba (CN): ho sentito parlare di indice infiammazione degli alimenti, volevo sapere cos'è  e a chi serve?

Attualmente è un indice più utilizzato nei studi medico scientifici piuttosto che nella quotidianità. L'infiammazione è associata a una serie di condizioni di salute croniche, come il cancro e le malattie cardiovascolari. Ridurre l'infiammazione può aiutare a prevenire o trattare queste condizioni. Diversi studi indicano che l'alimentazione può contribuire a modulare l'infiammazione.

La ricerca negli ultimi anni ha dimostrato che ci sono alimenti che possono stimolare uno stato infiammatorio, come ci sono alimenti anti infiammatori che possono contribuire a ridurre uno stato infiammatorio. 

L’infiammazione è una risposta di difesa del nostro organismo a cause esterne, una reazione del nostro sistema immunitario, il problema sorge quando questa dura a lungo e si cronicizza nel tempo,  Questo può stimolare l'invecchiamento cellulare e favorire secondo i ricercatori lo sviluppo di malattie degenerative come  le Malattie Cardiache, Artrite Reumatoide, il Diabete e l’Alzheimer .

Per questa ragione invitano a seguire un' alimentazione più ricca di cibi antinfiammatori e con un consumo minore di cibi pro-infiammatori.


L'indice  d'infiammazione si calcola in base all'impatto della Proteina C reattiva, una proteina rilevabile nel sangue prodotta dal fegato.

La proteina C reattiva è un marker biologico stabile per la rilevazione dell'infiammazione in una fase precoce.

La proteina C reattiva (CPR o CRP, non è la prima volta che qualcuno ne sente parlare, si  tratta in genere di un esame del sangue che viene prescritto quando c'è il sospetto di un infezione batterica, meningite, cancro ma anche una malattia infiammatoria intestinale, una malattia autoimmune, un' artrite reumatoide, un' artrite cronica, morbo di Chron.

Una volta valutata la reazione dell'alimento alla Proteina C reattiva, gli alimenti vengono suddivisi in 3 categorie :

1) Pro-infiammatori
2) Anti-infiammatorio
3) Neutro

Non è escluso che in futuro posso diventare un'indice più noto al pubblico, in virtù dell'eccessivo aumento nella popolazione della patologie legate all'infiammazione.


Quali sono in generale gli alimenti pro infiammatori

Sono quelli alimenti che per le loro caratteristiche hanno la possibilità di peggiorare lo stato d'infiammazione, in genere si tratta di prodotti alimentari industriali molto elaborati che contengono oltre che a grassi saturi e colesterolo, tra gli ingredienti ci sono additivi, coloranti, dolcificanti ed esaltatori di sapidità:

Dolci e merende industriali
Brioches
Dadi
Zuppe già pronte
Sughi già pronti
Carni elaborate
Filetti di pollo impanati
Salumi (per il contenuto di grassi saturi e colesterolo)
Salame
Wustel
Filetti di pesce impanati
Alcol
Patate e Chips ( per alto indice glicemico) *


Quali sono in generale gli alimenti anti infiammatori? (Che aiutano a diminuire l'infiammazione)

In generale sono quelli alimenti che contengono molte fibre la ricerca ha evidenziato che ci sono alcuni micronutrienti in frutta e verdura che possono contribuire a ridurre l'infiammazione.

Cereali in particolare prodotti con cereali integrali, oltre al grano il riso, avena, orzo, farro, segale, grano saraceno, miglio.
Olio extravergine d'oliva ( per il contenuto di grassi monoinsaturi, vitamina E e polifenoli)
Cipolle
Semi di lino
Mandorle
Noci
Semi di zucca
Frutti di bosco
Curcuma
Ananas
Zenzero


Sintesi

All'interno di un alimentazione equilibrata può essere utile prediligere alimenti anti infiammatori che hanno un indice d'infiammazione basso in particolare in coloro che sono state già diagnosticate o sono soggetti a rischio di patologie autoimmuni, malattie cardiovascolari e malattie degenerative.

Sebbene l'indice infiammatorio degli alimenti possa rappresentare per molti una novità, non aggiunge nulla di nuovo alle conoscenze che già abbiamo, in quanto si è sempre invitato a consumare più cereali meglio se integrali, prediligere l'olio d'oliva extra vergine, le 5 porzioni di frutta e verdura fresca giornaliera, l'utilità del consumo anche se moderato di frutta secca (Mandorle, Noci) e la limitazione di tutti gli alimenti industriali elaborati ricchi di sale, grassi saturi, zucchero, additivi ed esaltatori di sapidità.

Riferimenti:
Julia C, Assmann KE1, Shivappa N, Hebert JR, Wirth MD, Hercberg S1, Touvier M, Kesse-Guyot E . Long-term associations between inflammatory dietary scores in relation to long-term C-reactive protein status measured 12 years later: findings from the Supplémentation en Vitamines et Minéraux Antioxydants (SU.VI.MAX) cohort.
Br J Nutr. 2017 Jan;117(2):306-314. doi: 10.1017/S0007114517000034. Epub 2017 Feb 7.

Philip P. Cavicchia, Susan E. Steck, Thomas G. Hurley, James R. Hussey, Yunsheng Ma, Ira S. Ockene, and James R. Hébert
A New Dietary Inflammatory Index Predicts Interval Changes in Serum High-Sensitivity C-Reactive Protein1–3
J Nutr. 2009 Dec; 139(12): 2365–2372.


Kim et. al.; Chen, Jie ; Wirth, Michael D.; Shivappa, Nitin ; Hebert, James R. et al.
Lower Dietary Inflammatory Index Scores Are Associated with Lower Glycemic Index Scores among College Students
Nutrients

Kaluza J, Harris , Melhus, Michaëlsson, Wolk A.
Questionnaire-Based Anti-Inflammatory Diet Index as a Predictor of Low-Grade Systemic Inflammation.
Antioxid Redox Signal. 2018 Jan 1;28(1):78-84. doi: 10.1089/ars.2017.7330. Epub 2017 Oct 12.

*  NB
Ha destato molta perplessità l'inserimento da parte dei ricercatori delle patate nella lista degli alimenti infiammatori, i ricercatori da me interpellati mi hanno inoltre ricordato che le patate hanno un alto indice glicemico (come zucchero e farina 00).
E' nota la relazione tra un alimentazione ad alto indice glicemico e alto indice infiammatorio, anche se l'indice glicemico delle patate varia per esempio nelle patate al forno da va da 56 a 111 se bollite da 56 a 101, avere preso il dato massimo secondo me è stato precauzionale.
Bisogna tenere presente che le patate richiamano anche una certa quantità di grassi come condimento nella cucina tradizionale, per esempio dalle mie parti si usa mangiare il rosti, patate grattugiate e saltate con molto lardo o burro; una volta ogni tanto si può anche mangiare diverso mangiarlo tutti i giorni a colazione.
Bisogna tenere presente anche frequenza di consumo e quantità, i ricercatori non invitano a eliminare ma a ridurre il consumo. Non concentratevi su un alimento specifico ma sull'alimentazione in generale, che oggi è particolarmente ricca d'alimenti già pronti, ridurre anche solo in parte quelli sarebbe un ottimo traguardo, al di là della patata, io il rosti comunque lo mangio lo stesso.

mercoledì 9 marzo 2016

Let's dance, balliamo?

Come il post precedente, rimaniamo a Phoenix in Arizona al convegno della Heart American Association, sul rapporto tra gli stili di vita e la prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Questa volta a cogliere la mia attenzione è stato uno studio di David Marquez, professore di Nutrizione presso l'University of Illinois a Chicago, che ha documentato i benefici del ballo sulla salute delle persone dopo i 65 anni.

Sono un po' d'anni che seguo i studi e progetti sul movimento fisico, il ballo e la salute:

Il ballo e la prevenzione dell'Alzheimer

Quattro anni fa mentre ero a Buenos Aires, sono andato a vedere un progetto sperimentale in  un ospedale pubblico, dove la prevenzione delle malattie degenerative è affidata a un programma speciale di Tango. 

Un progetto originale ma con degli esiti sorprendenti, con dei miglioramenti non solo fisici legati al movimento ma anche delle funzioni cognitive e dell'umore. 

Questo perché il tango oltre a richiede una grande concentrazione, permette di ritrovare una vita sociale e un calore umano e sentimentale mentre si abbraccia il partner.

Il ballo e la malattia del Parkinson

Qualche anno fa è stato pubblicato sulla rivista Complementary Therapies in Medecine uno studio del Montreal Neurological Institute della McGill University, dove viene dimostrato, tramite un programma di ballo, anche qui il Tango, il miglioramento del benessere dei pazienti al quale era stato diagnosticato il morbo di parkinson, in particolare i benefici riguardavano la mobilità funzionale, vantaggi della funzione cognitiva e diminuzione del senso di fatica.

Il ballo e la socialità 

In uno dei primi lavori presso il comune di una grande città, ero il responsabile di un progetto sociale per la terza età, dopo gli inevitabili fallimenti dei corsi di bricolage, corsi di canasta e di ceramica, ho deciso d'intraprendere il Mercoledì del ballo presso un centro sociale, con il duplice scopo d'agevolare i rapporti sociali e fare uscire per persone da casa per muoversi un po', immediata e numerosa la partecipazione con effetti positivi sia sull'umore che sulla salute. 
Il grande successo del giorno del ballo ci costrinse a replicare anche al Venerdì, due giorni alla settimana di ballo. Io non ci lavoro più sono passati più di venticinque anni ma quei momenti di ballo ci sono ancora e hanno molta partecipazione.

Sono sempre stato convinto degli effetti benefici del ballo, che io personalmente paragono a quelli dell'attività fisica, solo che il ballo è un esperienza più ricca, permette di socializzare, interagire con gli altri, di stimolare le funzioni cognitive, ma un conto è pensarlo un conto è dimostrarlo.

L'obiettivo delle organizzazioni governative per la salute negli Usa è aumentare l'attività fisica per tutti gli adulti per ottenere un minimo di 150 minuti di attività fisica moderata o almeno 75 minuti di attività fisica vigorosa a settimana, ma per raggiungere questo obiettivo ci possono essere più modalità e il ballo potrebbe essere una di queste.


Quali benefici apporta il ballo?

Il professor Marquez, ha fatto uno studio su un gruppo di persone ultra 65 enni nella comunità latino americana in Usa, queste perché sono i meno attivi dopo una certa età e i più soggetti alle malattie croniche come il diabete e l'ipertensione.

Insieme con un maestro di danza è stato studiato un programma apposito di danza latino americana chiamato bailamos, misto di balli latino americani, adatto alla terza età.

57 volontari, divisi in due gruppi, entrambi avevano un programma d'educazione alla salute ma un gruppo in più due volte alla settimana aveva un ora di lezione di danza, sono stati seguiti dai ricercatori per 4 mesi.

Ebbene i due gruppi si muovevano di più ma i vantaggi del gruppo della danza era molto più alti, con un netto miglioramento di salute, hanno iniziato a camminare di più, di fatto uno stimolo verso uno stile di vita più attivo.

In genere spesso si consiglia in associazione con una dieta di fare movimento fisico che per alcuni si traduce in buone intenzioni, in altri si traduce in una iscrizione in palestra, oppure andare a correre o lunghe camminate o andare in bicicletta.
A volte sono attività che annoiano, una volta un signore, ex manager della Volvo, mi disse "mi sembra di essere un peripatetico, cammino cammino delle ore come un pistola". 

Io invece gli proposi di ballare, era piuttosto restio, aveva paura di socializzare, aveva il terrore dipinto negli occhi, "io non ho mai ballato in vita mia", ma inserito in un buon gruppo con un buon insegnante, dopo qualche mese ne fu molto contento. 

A tutti coloro che devono fare movimento fisico, io propongo il ballo  perché mette in moto il fisico ma anche le funzioni cognitive, i benefici in temine di salute riconosciuti sono la riduzione delle malattie cardiache, ictus, diabete di tipo 2, ma anche il miglioramento di quelle condizioni legate all'età come l'equilibrio, la mobilità e la riduzione dello stress.

NB, non è proprio sola e semplice informazione, ma comincio come dire ...  a prepararmi per Villa Arzilla.

Riferimenti: 
Susan Aguinaga, Robert S. Wilson, Louis F. Fogg, JoEllen Wilbur, Susan L. Hughes, e David X. Marquez 
"Latin dancing may have health benefits for older adults" AHA Amarican Hearts Association Abstract P246 , Phoenix March 4, 2016

giovedì 18 febbraio 2016

Quale relazione tra pesce, mercurio e Alzheimer?

Ilaria M. Bassano del Grappa: Volevo chiederti che pericoli ci sono per il consumo di pesce per i malati d'Alzheimer dal momento che alcune varietà di pesce contengono Mercurio?

Una delle raccomandazioni per le persone anziane è il consumo di pesce in più porzioni a settimana.

Il pesce contiene tanti nutrienti come abbiamo più volte visto in più ricerche, che possono proteggere il cuore e il cervello da diverse malattie degenerative. Negli ultimi anni dato il forte inquinamento dei mari, il pesce può anche contenere un metallo pesante il mercurio, che può rivelarsi particolarmente negativo per il funzionamento del cervello.

Qualche settimana fa, è stato pubblicato uno studio sullo JAMA, che ha analizzato il cervello delle persone che mangiavano frutti di mare e pesce almeno una volta alla settimana hanno mostrato livelli più alti di mercurio nel cervello di coloro che ne mangiavano con meno frequenza.

Tuttavia in coloro che avevano invece il fattore genetico di predisposizione per il rischio per il morbo di Alzheimer, chiamato ApoE4, come il gruppo precedente avevano tracce di mercurio ma hanno mostrato minori formazioni di placche amiloidi, quelle che favoriscono l'Alzheimer, rispetto a coloro che non mangiavano pesce con la stessa frequenza.

Secondo i ricercatori stando attualmente ai livelli di consumo di pesce e quella piccola parte di mercurio che riesce ad arrivare al cervello, è difficile dimostrare un collegamento tra il consumo di pesce e il morbo Alzheimer, pertanto si esclude per i dati finora disponibili un collegamento tra malati d'Alzheimer, mercurio e consumo di pesce.

Quindi come già più volte espresso consumare più porzioni a settimana di pesce, minimizzare il rischio alternando pesci grassi come il salmone una volta alla settimana con pesce anche più magri, o pesci di taglia piccola come pesce azzurro, sogliole, calamari  e seppie.

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Prevenzione primaria e secondaria dell'Alzheimer

Intanto ci si focalizza sempre di più sulla prevenzione primaria e secondaria dell'Alzheimer, una nuova ricercata pubblicata su New England Journal of Medicine, una ricerca che non è nata per lo studio delle malattie celebrali o della demenza, ma delle malattie cardio vascolari, negli anni hanno anche monitorato le malattie celebrali oltre che le patologie cardiovascolari e hanno scoperto che negli anni chi teneva sotto controllo alcuni fattori a rischio aveva meno il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e anche patologie celebrali.

Attualmente non esiste alcun trattamento efficace per prevenire o curare la demenza o Alzheimer, ma questo studio unito ad altri studi sembra dimostrare  che una prevenzione efficace potrebbe ridurre almeno in parte il numero di persone assistite.

I ricercatori sono certi che è possibile ritardare da diversi anni l'insorgenza di questa malattia neurodegenerativa, attraverso una dieta adeguata, la pratica d'attività fisica, stimolazione cerebrale e il monitoraggio dei livelli di colesterolo.

Una speranza che non è poco, anche se bisogna vedere quando questo programma di prevenzione possa incidere sul fattori genetici


Il villaggio dell'Alzheimer

Visto che siamo in argomento vi parlo di un progetto pilota che si sta conducendo in Francia, la cittadina di Dax, ospiterà il primo villaggio dell'Alzheimer, che prevede 120 residenti con la malattia. L'idea di questo progetto pilota, si ispira al modello olandese di Hogewey della cittadina di Weesp, nei pressi di Amsterdam, istituito nel 2009, per fare in modo di mantenere più a lungo possibile i malati di Alzheimer nella vita sociale ordinaria, senza camice bianco visibile, per favorire un approccio non ospedalizzato, ma sotto la stretta supervisione di più di 120 assistenti e volontari.

Il progetto è indubbiamente interessante perché il peso di questa malattia grava solo ed esclusivamente sulle famiglie, il ricovero in strutture chiuse specializzate è spesso la soluzione più utilizzata ma anche molto infelice. Sono curioso di vedere come si svilupperà questo progetto aperto, nelle speranza che portare via le persone dalla loro casa non sia un trauma e che riusciranno a sviluppare un adattamento a relazionarsi con i nuovi compagni di viaggio.

Questo tipo di trattamento è tradizionalmente utilizzato nei paesi del Nord Europa, il mettere insieme persone con identiche patologie e relazionarli con piccole comunità, già nell'800 i folli venivano ospitati nei villaggi di contadini, una pratica con forte impatto emotivo che spero dia maggiore dignità ai malati e alla malattia.

Riferimenti:
Martha Clare Morris John Brockman,; Julie A. Schneider, Yamin Wang, David A. Bennett, Christy C. Tangney, Ondine van de Rest, Association of Seafood Consumption, Brain Mercury Level, and APOE ε4 Status With Brain Neuropathology in Older Adults  JAMA. 2016;

Claudia L. Satizabal, , Alexa S. Beiser., Vincent Chouraki., Geneviève Chêne, Carole Dufouil and Sudha Seshadri Incidence of Dementia over Three Decades in the Framingham Heart Study N Engl J Med 2016; 374:523-532February 11, 2016DOI: 10.1056/NEJMoa1504327

lunedì 25 gennaio 2016

Quali alimenti per la salute del cervello? (dall'intestino al cervello, dal microbiota alla genetica)

Maria Cristina L., Teramo ; Ci sono alimenti che fanno bene al cervello? Che possono fare diventare più intelligenti?

Cristiano G, Cormons: Ci sono cibi speciali che aumentano le funzioni cognitive?

Pasquale G, Salerno: Ci sono cibi che possono in qualche modo aiutare a prevenire le malattie degenerative del cervello come l'Alzheimer?

Quante domande, tutte interessanti che mi permettono d'introdurre dei nuovi studi medico scientifici, le loro interessanti novità ma anche i loro limiti.

No, non ci sono alimenti che fanno diventare più intelligenti, diciamolo subito, se ci fossero vi sembra che io non li avrei già presi?

Per stare in buona salute occorre un alimentazione varia ed equilibrata unita all'attività fisica, tutto l'organismo ne apprezza i benefici incluso il nostro cervello, che ha bisogno d'esercizio fisico ma anche mentale per rimanere allenato e funzionare correttamente (mens sana in corpore sano).

Negli ultimi periodi sono emerse diverse ricerche che mi permettono d'introdurre dei nuovi concetti, proprio in questi giorni sto leggendo un libro molto interessante di un neurologo americano, tale David Perlmutter, il quale associa la salute del microbiota e dell'intestino alla salute del cervello.

Una relazione a prima vista difficile da comprendere  ma che vale la pena raccontare.


Dall'Intestino al Cervello dal Microbiota alla Genetica

Da molto tempo voglio parlavi della relazione tra microbiota, la genetica, l'alimentazione e la salute , può essere un occasione per introdurne un breve accenno ne parlerò in modo più approfondito quando parleremo di genetica e obesità.

Ricordatevi di questa parola, microbiota, sul funzionamento del microbiota che sia ricercatori che alcune aziende hanno deciso di puntare per il futuro per motivi ovviamente qualche volta simili, ma spesso diversi.

Cos'è il microbiota? E' quell'insieme di microbi che noi abbiamo nell'intestino, mentre con il termine microbioma si intende interazione del microbiota con il patrimonio genetico di chi lo ospita, la funzionalità del microbiota può dipendere dai nutrienti provenienti dall'alimentazione.

Il microbiota ha diversi funzioni, per esempio regola il sistema immunitario, ma ha la capacità di comunicare con il cervello e perfino arrivare a influenzare il nostro comportamento.

Il professore neurologo americano si spinge oltre, sostenendo che trattare il microbiota vuole dire prevenire o trattare patologie collegate con le funzioni celebrali e inserisce tra queste anche Alzheimer (anche se personalmente su quest'ultima nutro più di una perplessità).

Questo perchè i microbi che vivono in simbiosi con il nostro intestino, inviano delle informazioni al cervello sul nostro stato metabolico, secondo l'autore ci sono microbi e batteri che partendo dall'intestino sembra possono innescare un processo d'infiammazione anche nel cervello.

Tutto questo si collega alle ultime ricerche che mettono in relazione il genoma umano, l’ambiente ( inclusa la dieta e le abitudini alimentari), e il microbiota intestinale e di come questo può influenzare la nostra salute con effetti nel breve, medio e lungo termine.


La teoria del professor Perlmutter per quanto interessante però mi ha deluso quando passa alle indicazioni nutrizionali, sostenendo schemi alimentari e noi già noti che mancano di quell'aspetto innovativo che caratterizzava l'aspetto teorico:

Evitare e limitare alimenti trasformati, piatti pronti, piatti in scatola che nella nostra società rimane sempre più difficile.

Il Dr. Perlmutter invita a prediligere cibi con batteri benefici, alimenti fermentati, cibi con probiorici e prebiotici, come yogurt e kefir, che secondo il neurologo americano aiutano a mantenere l'integrità del rivestimento intestinale, bilanciare il pH del corpo  e possono svolgere un ruolo positivo come regolatori e controllo dell'immunità e dei stati infiammatori.

Il neurologo invita a limitare grassi e zuccheri, più zucchero si consumano, più il nostro microbiota si ammala, data lo sviluppo delle malattie celebrali croniche con l'aumento nella dieta generale della popolazione del consumo di grassi e zuccheri e povera di fibre che secondo il suo parere aumenta la permeabilità intestinale, compromette il sistema immunitario e aumentano il livello d'infiammazione del corpo e del cervello.

Per la parte proteica invita a privilegiare le proteine d'origine vegetale senza escludere quelle animali, invita solo a privilegiare le proteine da uova e pesce

Indica inoltre di privilegiare i buoni grassi come olio d'oliva,


Le porzioni di frutta e verdura 

Quello su ci tutti i ricercatori sono d'accordo sono le porzioni di frutta e verdura 

Lo stesso Perlmutter indica che alcune verdure sono meglio di altre come come cipolle, rape, avocado, pomodori, zucca, melanzane.

Elogia tutti quei alimenti ricchi di polifenoli, antiossidanti, che hanno la possibilità di ridurre il rischio di malattie neurologiche.

Proprio su quest'ultime indicazioni si innescano alcuni studi della prevenzione dell'Alzheimer che è una malattia neurodegenerativa associata con l'invecchiamento che è caratterizzata da perdita cognitiva, problemi di memoria, che porta alla demenza.


Diversi studi suggeriscono un maggiore consumo di verdura e frutta in particolare più frutta si mette in rilievo :

Il melograno, grazie alle proprietà antifiammatorie degli sui antiossidanti, lo studio è stato pubblicato nel 2015 sulla rivista Chemical Neuroscience nel 2015, dai ricercatori della University of Rhode Island.

Altro frutto collegato alla prevenzione è la fragola, in uno studio pubblicato nel 2013 fatto dai ricercatori del  Salk Institute for Biological Studies, indica che i flavonoidi contenuto aiutano a rallentare l'invecchiamento cellulare e la perdita di memoria.

Altro frutta collegato alla prevenzione è l'uva rossa per il contenuto di resveratrolo, uno studio pubblicato su Neurology, ha mostrato i benefici della supplementazione di resveratrolo nelle persone con malattia di Alzheimer.


Più che su un alimento io punterei sull'Alimentazione in generale, attenzione ai squilibri nutrizionali

Il settore della nutrizione ha tanti punti di vista ognuno esprime il proprio e tende a considerarlo unico e vero, io non ho di queste sicurezze, se pure obiettivamente trovo tutto interessante, rimango sempre del parere che al di là di questi studi, al di là di un singolo alimento, del melograno o dello yogurt con probiotico, conta molto l'alimentazione nel suo complesso che deve essere varia ed equilibrata e unita al movimento fisico.

Dal momento che però nella società odierna della grande abbondanza, ma anche una società dei squilibri alimentari, che si manifestano in più patologie come l'obesità, l'anoressia, la bulimia, ortoressia, persone a dieta costante, sempre in restrizione calorica, patologie che diventano croniche.

Queste aumentano il rischio di declino cognitivo associato con l'età, una dieta troppo povera o una dieta troppo ricca di zuccheri e grassi è in grado d'accelerare il deterioramento delle funzioni cognitive e dell'invecchiamento neuronale.

Mi sentirei di porre di più l'attenzione verso quei gruppi di nutrienti un cui sappiamo già da studi epidemiologici, che nella popolazione generale ci sono dei deficit, quindi attenzione a includere il pesce nell'alimentazione per l'apporto di omega 3 e di tutti gli altri nutrienti che costituiscono un mix unico e importante per il cervello per le funzioni celebrale.


Un attenzione verso l'intake di Vitamine del gruppo B, Vitamina C, Vitamina E, mentre spendo due parole sugli alimenti ricchi di vitamina A, in quanto l'acido retinoico ha un effetto protettivo sul cervello dopo una certa età, permette ai neuroni di stabilire un maggior numero di connessioni tra di loro, stimola la produzione di neuroni nell'ippocampo e ha un effetto regolatore su ciò ricercatori chiamano l'asse di stress. 
In genere i paesi occidentali non hanno deficit di vitamina A, quello che non tutti sanno è che le esigenze di vitamina A possono aumentare con l'età. 


In sintesi: tornado a noi, per avere un cervello in buona salute, non vanno dimenticate le nozioni di base dell'alimentazione e del movimento, mangiare anzi mangiare bene è di vitale importanza per la nostro salute e per il nostro cervello, come anche condividere e mantenere il piacere della buona tavola, nella nostra società il primo fattore causa della depressione e dell'invecchiamento celebrale è la solitudine.
Oggi possiamo essere in grado forse di migliorare la nostra salute mentale ma questo è solo la parte nutrizionale dietetica mentre invece l'affetto, la condivisione e il piacere di stare con gli altri è la parte che bisogna imparare a coltivare, l'una accanto all'altra.




Fonti: 
D. Perlmutter K.Loberg "L'intestin au secours du cerveau" (l'intestino in soccorso del cervello)

Yuan T, Ma H, Liu W, Niesen DB, Shah N, Crews R, Rose KN, Vattem DA, Seeram NP. Pomegranate's Neuroprotective Effects against Alzheimer's Disease Are Mediated by Urolithins, Its Ellagitannin-Gut Microbial Derived Metabolites. ACS Chem Neurosci. 2015 Nov 17.

Currais, A., Prior, M., Dargusch, R., Armando, A., Ehren, J., Schubert, D., Quehenberger, O. and Maher, P. (2013), Modulation of p25 and inflammatory pathways by fisetin maintains cognitive function in Alzheimer's disease transgenic mice. Aging Cell. doi: 10.1111/acel.12185

R. S. Turner, R. G. Thomas, S. Craft, C. H. van Dyck, J. Mintzer, B. A. Reynolds, J. B. Brewer, R. A. Rissman, R. Raman, P. S. Aisen. A randomized, double-blind, placebo-controlled trial of resveratrol for Alzheimer disease. Neurology, 2015

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giovedì 27 agosto 2015

Quali sono i fattori a rischio della malattia d'alzheimer?

Palma G, Cava dei Tirreni : Ho visto che hai fatto molti post sulla malattia l'Alzheimer, mi sembri un esperto, desideravo sapere quali sono i fattori a rischio?

Grazie della domanda ma non sono un'esperto e nemmeno uno specialista per la cura dell'Alzheimer, ho solo fatto parte di un gruppo di lavoro presso Università e l'Ospedale di Lione per la riabilitazione nutrizionale dei malati diversi anni fa.

Ricordo che l'eziologia del morbo d'Alzheimer non è nota, pertanto tutte le ipotesi rimangono aperte inclusi i fattori a rischio, per chi non ne fosse a conoscenza la malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza senile osservata nella popolazione generale, è definibile come un processo degenerativo che pregiudica progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l'individuo che ne è affetto incapace di una vita normale.

Sono più di 46 milioni le persone in tutto il mondo soffrono di demenza, il Rapporto Mondiale Alzheimer, pubblicato da Alzheimer Disease International e King College di Londra, il numero di persone affette da demenza è aumentato rapidamente dal 35 milioni stimati nel 2009 ai 46,8 milioni del 2015, i ricercatori indicano che il numero potrebbe ragionevolmente raddoppiare nei prossimi 20 anni.

Il rapporto ha anche osservato che il 58% di tutte le persone affette da demenza risiedono nei paesi in via di sviluppo, ma nel 2050 si prevede un aumento nei paesi a basso reddito, dove i servizi sono limitati e i servizi sanitari sono impreparati a gestire queste patologie.

Alcune settimane fa è stato pubblicato su Journal of Neurology Neurosurgery & Psychiatry uno studio osservazionale, che ha individuato una serie di fattori di rischio per la malattia d'Alzheimer, però sono fattori che possono determinare solo una generica predisposizione allo sviluppo della malattia, leggermente superiore a quella manifestata da soggetti che non presentano questi fattori.

Vorrei solo ricordare alcuni fattori che lo studio non cita, il primo fattore a rischio in realtà è l'eta, dopo i 65-70 anni in genere, il secondo fattore a rischio è il sesso, una malattia che colpisce più le donne degli uomini.

Bisogna ricordare i fattori genetici, non è casuale il fatto che si è trovata una familiarità in più casi, non da ultimo anche fattori ambientali come l'esposizione ad alcune sostanze tossiche (alluminio, idrocarburi aromatici), che secondo alcuni ricercatori potrebbero incidere sullo sviluppo della malattia, anche se non c'è consenso unanime su quest'ultimo fattore.

Si è parlato spesso anche di rischio cardiovascolare perchè sovente coloro che sviluppano Alzheimer hanno patologie legate al rischio cardio vascolare, anche su questo fattore di rischio non c'è unanime consenso medico scientifico.


La ricerca pubblicata invece è una revisione sistemica, una meta analisi su più di 300 studi che tenta, più di valutare l'associazione tra morbo d'Alzheimer e possibili fattori di rischio modificabili.

I fattori a rischio modificabili secondo questa analisi sono:

L'Obesità
Il restringimento della carotide 
Basso livello d'istruzione
Depressione
Livelli di pressione sanguigna alta
Abitudine al fumo
Alti livelli di omocisteina (un aminoacido) nel sangue
Diabete di tipo 2
Fragilità sia fisica che psicologica

Sono tutti fattori dal mio punto di vista qualcuno interessante come gli alti livelli d'omocisteina, che potrebbero essere un indice di uno stile di vita poco corretto con abuso d'alcol, fumo, stile di vita sedentario, poco movimento fisico, alimentazione con poca frutta e verdura, ma qualcun altro molto meno come l'Obesità, oramai il fattore Obesità lo mettono in tutte le patologie dall'alluce valgo alla cefalea, bisogna dire che nuovi studi hanno individuato possibili cause genetiche legate all'obesità per più del 40 % della popolazione, un fattore a rischio molto difficile da gestire, un fattore a rischio divenuto oramai globale visto alto tasso d'obesità dei paesi sia europei, americani che asiatici.

Basso livello d'istruzione per la mia esperienza non è proprio cosi conosco ex ingegneri e ex avvocati con questa patologia, oramai andiamo incontro a nuove generazioni molto scolarizzate un dato forse importante in passato ma non nel futuro, cresce il livello d'istruzione ma cresce anche il numero di persone con questa patologia, un fattore che nei paesi occidentali potrebbe essere rivisto .

Personalmente prenderei questi dati osservazionali dei fattori di rischio con molta cautela, sono tutti fattori che possono essere molto generici e comuni a più patologie e a un grande numero di soggetti dopo i 65 anni.

Per chi vuole sapere qualcosa in più sull'Alzheimer, consiglio i post che hanno come tag Alzheimer

Post correlati: Alzheimer e Alimentazione (è del 2011 ma ancora attuale)

Riferimenti:
Wei Xu, Lan Tan, Hui-Fu Wang, Teng Jiang, Meng-Shan Tan, Lin Tan, Qing-Fei Zhao, Jie-Qiong Li, Jun Wang, Jin-Tai Yu "Meta-analysis of modifiable risk factors for Alzheimer's disease" J Neurol Neurosurg Psychiatry doi:10.1136/jnnp-2015-310548



martedì 12 maggio 2015

Una dieta con olio d'oliva e noci, rallenta il declino cognitivo?

In questo periodo sul tema del declino cognitivo se ne sentono di tutti i colori, in particolare sull'alzheimer, che è una delle malattie che intimorisce di più.

Sono aumentate le ricerche su questo o quell'altro alimento che mostrano capacità di prevenzione o di rallentamento del declino cognitivo, pur tuttavia non dicendo nulla di nuovo.

Il post dal tema alimentazione e alzheimer, l'avevo scritto in collaborazione con uno specialista ben 4 anni fa e devo dire che a distanza di tempo stupisce anche me, in quanto gli studi che sono stati pubblicati in seguito confermano quanto già avevamo scritto.

A dire il vero avremmo avuto il piacere di leggere qualcosa di nuovo e d'innovativo ma evidentemente non c'è nulla di nuovo all'orizzonte oppure si fanno ricerche su quello che già si conosce per andare sul sicuro, un forte limite per la ricerca.

Tra le nuove ricerche quella che ha colto la mia attenzione, è quella pubblicata ieri sullo JAMA Internal Medicine, la quale sottolinea che l'aggiunta di olio d'oliva e noci nella nostra dieta può aiutare a prevenire problemi di memoria e perdita di capacità cognitive che vengono con l'età, fino a qui nulla di nuovo, ma lo fa indicando anche le quantità e qui viene la parte più interessante.


Nello studio pubblicato su JAMA Medicina Interna, su 447 uomini e donne tra i 55 e gli 80 anni di è voluto verificare se modificando la dieta quali risultati in test cognitivi si potevano ottenere. I volontari erano sani ma a più alto rischio di sviluppare malattie cardiovascolari; 

Per circa quattro anni a un gruppo è stata data una dieta povera di grassi mentre a un gruppo una dieta mediterranea integrata con 1 litro di olio extra vergine di oliva a settimana (si avete letto bene), e un altro gruppo una dieta mediterranea arricchita con 30 grammi di noci al giorno con altri frutti a guscio.

Il risultato è che i gruppi di dieta mediterranea hanno mostrato miglioramenti rispetto al gruppo della dieta povera di grassi; quelli che consumano più olio di oliva ha mostrato punteggi di memoria migliore alla fine dello studio, mentre quelle che mangiano più noci hanno mostrato miglioramenti nelle abilità della funzione esecutiva, mentre il gruppo dieta povera di grassi hanno mostrato una evidente diminuzione delle capacità cognitive.

Secondo i ricercatori se si interviene con un modello alimentare sano nelle persone che sono a rischio di deterioramento cognitivo, anche in persone che ancora non hanno avuto alcun segno di perdita di memoria o la perdita delle funzioni cognitive, è possibile impedire o rallentare il deterioramento cognitivo.


Un bello studio che conferma importanza della Dieta Mediterranea, ma quello che mi lascia perplesso è un litro di olio extra vergine d'oliva a settimana, perché credo che la media del consumo d'olio d'oliva sia circa 50 o 60 grammi al giorno, mentre 1 litro a settimana corrispondono a 150 g al giorno anzi per la precisione 142 g la giorno d'olio d'oliva che non sono proprio pochi, non dico che l'olio di oliva sia negativo per la dieta ma tre volte tanto la media di consumo mi lascia perplesso.

In generale lo studio conferma conoscenze già note sull'importanza nella dieta in particolare della Dieta Mediterranea per rallentare il declino cognitivo con la scelta dei grassi vegetali in particolare ricordo il buon rapporto tra omega 6 e omega 3 dell'olio d'oliva ma anche della noce per il contenuto d' acido alfa-linolenico (ALA, omega-3)  che ha un riconosciuto beneficio nella prevenzione dei livelli alto di colesterolo e nelle malattie cardio vascolari e celebrali, inoltre le noci contengono degli antiossidanti come l'acido ellagico, melatonina, Vitamine E alfa tocoferolo che insieme potrebbero svolgere un ruolo antinfiammatorio e proteggere le cellule cerebrali dai possibili danni ossidativi.

Questo studio fornisce un contributo in più sulla motivazione della preferenza dell'uso dell'olio d'oliva, per quanto riguarda invece invece il declino cognitivo e la malattia alzheimer, al momento è più quello che non si conosce di quello che si conosce, anche se sono stati fatti dei passi avanti, credo che si necessita di più studi su un campione più vasto sia per quanto riguarda l'alimentazione, che l'eziologia, la prevenzione e la terapia.

Riferimenti: Cinta Valls-Pedret, Aleix Sala-Vila, Mercè Serra-Mir, Dolores Corella, Rafael de la Torre, Miguel Ángel Martínez-González, Elena H. Martínez-Lapiscina, Montserrat Fitó, Ana Pérez-Heras, Jordi Salas-Salvadó, ; Ramon Estruch, Emilio Ros, Mediterranean Diet and Age-Related Cognitive Decline, Jama Internal Medicine 11 Maggio 2015


se volete farvi un pane olio d'oliva e noci eccolo qui in questo blog Pagnotelle lievito madre, olive e noci

martedì 31 marzo 2015

L'uomo ha la memoria corta, è scientificamente provato!

A quanti sarà capitato di tornare a casa e di vedere la moglie imbronciata?
Le chiedi che hai cara?
Ma che giorno è oggi? 
Martedi? No?
E che cosa è successo oggi?
Ci siamo sposati?
No
Ci siamo fidanzati?
No
Abbiamo ballato la rumba per la prima volta?
No, pensi solo a quello!
Mi arrendo
Oggi è il giorno del nostro primo appuntamento, ricordi trent'anni fa?
Si, certo e si allunga il naso come a Pinocchio

Come dire non è che l'uomo è sbadato o non vi vuole bene ma la progressiva perdita di memoria è un fenomeno naturale durante il corso degli anni, questo non significa necessariamente il rischio individuale di sviluppare una demenza come l'Alzheimer.

Ricordate che a livello anatomico l'Alzheimer è caratterizzata da accumulo di placche amiloidi nel cervello e alcune persone sono più predisposte rispetto ad altre in particolare coloro che hanno il gene APOE alleolo e4 , la variante e 4 è il più grande fattore di rischio per lo sviluppo dell'Alzheimer, il fattore genetico però è solo una delle cause di questa malattia.


Una ricerca svolta dalla Mayo Clinic con 1.246 persone di età compresa tra 30-95 anni con normali funzione cognitive, dal Marzo 2006 all' Ottobre 2014, i ricercatori hanno monitorato, nel corso del tempo in base all'età, sesso, gene APOE e4, la memoria, la struttura del cervello e la formazione delle placche amiloidi.

I ricercatori hanno misurato il volume dell'ippocampo, un'area del cervello importante per la formazione e immagazzinamento della memoria.

Hanno cosi visto che il volume del'ippocampo si riduce lentamente e costantemente dai 30 anni a metà degli anni 60, In particolare il volume negli uomini è più ridotto rispetto alle donne, soprattutto dopo 40 anni, l'ipotesi per spiegare questo rapido declino più negli uomini rispetto alle donne è negli estrogeni che potrebbero svolgere nel sesso femminile un ruolo protettivo ai neuroni del cervello.


La buona notizia è che invece i livelli di accumulo d' amiloidi nel cervello erano uguali sia negli uomini che nelle donne e che questi aumentano invece dopo i 70 anni senza alcuna distinzione di sesso.

La ricerca indica che coloro che hanno il gene Apoe e4, fino a i 70 anni hanno memoria e volume d'ippocampo simili alle persone della stessa età e sesso mentre dopo i 70 anni, questi accumulano significatamente più amiloidi rispetto a chi non ha il gene Apoe e4.

Pertanto nella mezza età, depositi di amiloide non sono responsabili per la perdita di memoria o della riduzione del volume dell'ippocampo..

Vorrei sono aggiungere che ci sono alcune patologie che possono contribuire al declino della memoria come il rischio cardiovascolare e il diabete mellito, in particolare in quella fascia d'età che va dai 47 ai 57 anni e l'ipertensione è associata in modo importante all'atrofia celebrale dopo i 40 anni, è noto che gli uomini sono i soggeti più interessati a rischio cardiovascolare e ipertensione.

Ricordate sempre importanza di un'alimentazione sana ed equilibrata e del movimento fisico dalle semplice passeggiata, al trekking alla corsa in bicicletta,possono fare sempre una grande differenza anche nel caso della memoria

Veniamo a noi per dire che dovete perdonare gli uomini, hanno uno spazio di memoria più piccolo, è normale che non ricordano, non ci sta tutto dentro, magari ricordano quando devono fare la revisione dell''auto più facilmente perchè è ogni due anni, il primo appuntamento 30 anni fà è un tempo troppo lungo, non ce la possono fare e grazie al cielo ora è scientificamente provato :-)

Riferimenti : Clifford R. Jack Jr, ; Heather J. Wiste, ; Stephen D. Weigand, ; David S. Knopman, ; Prashanthi Vemuri,  ; Michelle M. Mielke, ; Val Lowe, ; Matthew L. Senjem,  ; Jeffrey L. Gunter,  ; Mary M. Machulda, ; Brian E. Gregg, ; V. Shane Pankratz, ; Walter A. Rocca, ; Ronald C. Petersen,  "Age, Sex, and APOE ε4 Effects on Memory, Brain Structure, and β-Amyloid Across the Adult Life Span" Jama Neurology

lunedì 15 dicembre 2014

La curcuma migliora le memoria nelle persone a rischio deterioramento cognitivo?

Un grammo di quotidiano curcuma potrebbe migliorare la memoria delle persone a rischio di deterioramento cognitivo correlato al diabete, secondo i ricercatori australiani della Monash University.

La curcuma è una delle spezie più studiate, nota anche come zafferano indiano, è un ingrediente molto comune nella cucina orientale, dal suo rizoma essicato si ricava una polvere che viene utilizzata in cucina, il suo colore giallo distintivo viene dalla curcumina, tra l'altro la curcuma è una degli ingredienti del famoso curry, una miscela di spezie molto utilizzata nella cucina indiana

Nella medicina ayurvedica  così come nella medicina tradizionale in Cina, la curcuma è utilizzata da secoli per stimolare la digestione, perché aumenta secrezione biliare. Negli ultimi decenni l'interesse dei ricercatori si è rivolto al alcuni curcuminoidi contenuti nel rizoma, di cui la curcumina costituisce circa il 90%. 

La ricchezza d'antiossidanti secondo i ricercatori spiega parte del sui utilizzo nella medicina tradizionale, mentre nuove ricerche hanno dimostrato un possibile beneficio nelle terapie per il trattamento dei disturbi infiammatori come l'artrite reumatoide.

La curcumina ha colto l'attenzione con dei studi in vitro che indicano che la curcumina può inibire la proliferazione delle cellule tumorali agendo a vari stadi di sviluppo e può favorire la produzione di enzimi che aiutano il corpo ad eliminare le cellule tumorali.

Inoltre i dati dei studi epidemiologici hanno fatto notare che diversi tipi di tumore hanno delle percetuali sulla popolazione molto più bassi nei paesi asiatici per uso del curcuma in cucina, personalmente su queste ultime affermazioni andrei molto più cauto, anche  se i studi a favore della curcumina non mancano.


Lo studio pubblicato nell' Asia Pacific Journal of Clinical Nutrition che hanno preso in esame un gruppo di persone assistite con pre diabete e i primi segni di demenza, hanno osservato che il gruppo che assumeva curcuma ogni mattino migliorava la memoria in sintesi la curcuma sembra influenzare positivamente la funzione cognitiva in presenza di insulino-resistenza o malattia metabolica.

martedì 11 novembre 2014

Prevenire l' Alzheimer con le noci o con un nuovo stile di vita ?

Antonella V, Este: ho letto che le noci prevengono l'Alzheimer è vero?
Sandro G, Milano: il caffè aiuta a prevenire l'Alzheimer?
Michela S., Chieti: bere un bicchiere di vino al giorno, previene l'Alzheimer?

Ogni settimana a scadenza variabile è un continuo proliferare di studi sul rapporto tra Alimentazione e Alzheimer, quando non si conoscono le cause di una malattia, quando non c'è una terapia, prolifica una sorta di tuttologia dove nulla si può escludere ma nemmeno includere.

Spesso si tratta di studi di primo livello su cavie, studi in vitro o studi d'osservazione, interessanti per certi versi ma che rischiano d'alimentare speranze e illusioni, non sappiamo nel futuro che tipo d'evoluzione potranno avere, prima di pubblicarli bisognerebbe andare più cauti.

Dopo alcool, caffè e toccato alle noci, dove uno studio su cavie (non sull'uomo) è stato pubblicato nel Journal of Alzheimer indica che una dieta che includa le noci potrebbe avere un effetto benefico nel ridurre il rischio, ritardare l'insorgenza, rallentare la progressione della malattia d'Alzheimer, si parla di una quantità di noci che potrebbe variare da 30 ai 50 g al giorno.

In precedenza diversi altri studi avevano messo in risalto che la noce poteva avere ha un effetto protettivo contro il danno ossidativo causato dalla proteina beta-amiloide

La proteina beta amiloide è il componente principale delle placche amiloidi che si formano nel cervello dei pazienti con malattia di Alzheimer.


La ricerca guidata da Abha Chauhan, PhD, direttore del Laboratorio di Neuroscienze dello Sviluppo presso l'Istituto Statale di New York attribuisce i benefici all' alto contenuto d'antiossidanti di noci un fattore che potrebbe avere contribuito a proteggere il cervello delle cavie dalla malattia di Alzheimer, ridurre l'infiammazione e lo stress ossidativo.

Ricordiamo che le noci contengono degli antiossidanti come l'acido ellagico, melatonina, Vitamine E alfa tocoferolo .

Secondo le stime del Governo americano il numero di ammalati con la malattia di Alzheimer e le altre demenze sono destinati a crescere rapidamente nei prossimi anni con l'invecchiamento della generazione del baby boom del dopoguerra, si stima che nel 2050 il numero di persone con più di 65 anni con malattia di Alzheimer può triplicare pertanto è importante fin da subito cercare di trovare delle strategie per prevenire, rallentare o fermare la malattia.

Qualche parola in più sulle noci che oltre ad antiossidanti contengono vitamine e minerali ma soprattutto sono una fonte significativa di acido alfa-linolenico (ALA), un acido grasso omega-3 che ha un riconosciuto beneficio nella prevenzione dei livelli alto di colesterolo e nelle malattie cardio vascolari e celebrali, pertanto sono questi componenti nel loro insieme che potrebbero svolgere un ruolo antinfiammatorio e proteggere le cellule cerebrali dai possibili danni ossidativi

Una sola osservazione se qualcuno intende aumentare il consumo di noci, queste hanno un contenuto di calorie non indifferente, pertanto è consigliabile non di aggiungerla alla normale alimentazione come un qualcosa in più ma piuttosto di sostituirla al posto di un altro alimento, un roux vegetale alle noci per mantecare un risotto al posto del burro, oppure ancora meglio al posto di uno snack salato o dolce a merenda qualche noce con un frutto.


Quindi per prevenire Alzheimer devo mangiare noci, bere caffè e alcool oppure un nuovo stile di vita con un alimentazione senza glutine e a basso indice glicemico?

No non è cosi semplice, sono tutti alimenti che possono fare parte di un alimentazione equilibrata ma in piccole proporzioni, in particolare di caffè e alcool è bene non abusare.

Cerchiamo di dare una risposta con un punta di vista più ampio, Alzheimer è una delle malattie neurodegenerative, anche se non conosciamo la causa possiamo sicuramente dire che in parte è data dall'invecchiamento delle popolazione, oggi la vita media è molto più alta pensate che all'epoca dei romani, la vita media di una donna era 30 anni e di un uomo 40 anni, mentre oggi 80 per gli uomini e 90 anni per le donne, quindi pensate il tipo d'evoluzione positiva che abbiamo avuto in duemila anni.


Ad incidere sulla malattia potrebbe essere anche lo stile di vita della società d'oggi, recentemente è stato pubblicato un piccolo studio pubblicato su Aging e su 10 pazienti con disturbi della memoria, dove attraverso un programma personalizzato che coinvolge cambiamenti nella dieta, gestione dello stress e esercizio fisico mostra la possibilità del miglioramento della proprietà cognitive di 9 su 10 individui con un programma di 3 a 6 mesi.

Lo studio svolto all'University of California su 10 pazienti che hanno avuto la perdita di memoria associata alla malattia di Alzheimer, tanto che sei dei pazienti avevano dovuto smettere di lavorare . Il programma ha previsto una serie d'azioni come cambiamenti nell'alimnetazione, la stimolazione del cervello, esercizio fisico come camminare, yoga per battere lo stress, l'ottimizzazione del sonno..


Quello che destato la mia attenzione è stato nella dieta l'eliminazione del glutine, dieta a basso contenuto di carboidrati, dieta a indice glicemico basso, riduzione alimenti trasformati, più frutta e verdura.

Il tempo dei pasti : una pausa d' almeno 12 ore tra la cena e la prima colazione e 3 ore tra la cena e prima di coricarsi

Un programma di riduzione dello stress praticando yoga due volte al giorno

Un programma dell'aumento del sonno per garantire 8h di sonno a notte

30 minuti d'esercizio fisico al giorno

Integrazione vitamine B12 e D3, olio di pesce, coenzima Q10

Dopo questa terapia si ha avuto un miglioramento delle funzioni cognitive, del BMI del peso e 6 di questi pazienti sono riusciti a tornare al lavoro, fattore quest'ultimo non trascurabile.

Dal mio punto di vita questa ricerca è importante perchè i risultati suggeriscono che, almeno nelle prime fasi il declino cognitivo è in parte dovuto a processi metabolici che per essere affrontati non basta mangiare noci, bere moderatamente l'alcool o caffè ma un programma teso a migliorare lo stile di vita e la qualità della vita dei pazienti,  magari in un immediato futuro la malattia d' Alzheimer si potrà stabilizzare o invertire attraverso cambiamenti nello stile di vita abbinato ad una terapia farmacologica.

Post correlati: Alimentazione e Alzheimer

Riferimenti:
1) Abha Chauhan, PhD et al. Dietary Supplementation of Walnuts Improves Memory Deficits and Learning Skills in Transgenic Mouse Model of Alzheimer's Disease. Journal of Alzheimer's Disease, Volume 42, Number 4 / 2014 DOI: 10.3233/JAD-140675

2) Dale E. Bredesen. Reversal of cognitive decline: A novel therapeutic program. Aging, September 2014.