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giovedì 23 maggio 2019

Il Sesso si fa green ed ecologico

Della famose serie capitano tutte a me, mentre ero fermo alla fermata dell'autobus con vicino una farmacia con servizio self service, una coppia di giovani discuteva animatamente su quale prodotto scegliere "no non prendere quel gel li c'è l'olio di palma, non ci compro i biscotti non me lo mica posso mettere nelle parti intime (non ha detto proprio cosi).

La ragazza ha ragione, il suo ragionamento non fa una grinza, anche se rimango stupito perchè nei lubrificanti c'è l'olio di palma? Certo per essere dei ragazzi diciottenni sono informatissimi, io alla loro età non sapevo tutte queste cose.

Ho chiesto ad un esperto qual'è il lubrificante ideale mi dice che il migliore e più usato è l'olio extra vergine di cocco, in alternativa in commercio ci sono lubrificanti a base d'acqua senza parabeni e senza zuccheri!! (ma perchè ci mettono gli zuccheri oltre all'olio di palma ?)

E io pensavo che olio extra vergine di cocco era divenuto caro per l'aumento della domanda di grassi vegetali in cucina invece era per utilizzarlo come lubrificante per il chupa chupa, non ne azzecco una!


Preservativi sostenibili

Seguendo questo trend ecologico anche l''offerta dei preservativi si è ampliata, se in precedenza si differenziavano per colore, spessore o tempo ritardante adesso abbiamo i preservativi senza glutine, preservativi vegani senza caseina che in genere viene inserita per migliorare la consistenza del lattice e poi abbiamo i preservativi fatti con lattice provenienti da coltivazioni sostenibili e da commercio equo e solidale.

In realtà i preservativi sono nell'occhio del ciclone, perchè se da una parte sono elogiati per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili dall'altro sono accusati di contenere sostanze chimiche che possono alterare il sistema endocrino e interferire sulla fertilità  cosi la ricerca oggi si sta spostando verso la produzione di preservativi il più possibili  naturali e senza sostanze chimiche.

Tanto che la Fondazione Bill e Melinda Gates ha investito milioni di dollari sul progetto di Mark McGlothlin per dei preservativi al collagene e sul progetto di Mahua Choudhury, un farmacologo medico presso la Texas A & M Health Science Center per i preservativi elastici idrogel.

La polemica sui preservativi continua perchè mettono anni per degradarsi se buttati impropriamente nel wc finiscono nell'oceano e non si disintegrano tanto facilmente che ormai alcune marche di preservativi compensano il possibile danno ambientale sostenendo campagne per la riduzione dell'impatto ambientale.

Sex toys sostenibili

Novità anche sul fronte dei sex toys, anche il caso ha voluto che durante la settimana del design a Milano ho avuto modo d'osservare i sex toys della designer Silvia Picari, in legno intagliati a mano, sono fatti per non essere nascosti nei cassetti ma per essere dei veri oggetti design da esporre.

Solo che senza offesa se li metti tra i mattarelli da cucina magari non si nota ma come centro tavola diciamo che non passa inosservato!
La cosa che più mi ha divertito sono i diversi modelli di sex toys  che hanno un nome c'è Rocco, come dire quello di lunghezza maggiore ovviamente, ogni riferimento a cose o persone è del tutto casuale, Ciro, Andrea, Gigi, Franco, Luigi, Achille, quest'ultimo per le appassionate o appassionati di mitologia greca.

Nel Gennaio 2019 il marchio americano Gaia Eco Green, della serie un nome un programma, ha lanciato il primo vibratore fatto solo con materiale naturale biodegradabile, ftalati e latex free in meno di due giorni si è esaurito, questo ci racconta di come la voglia d'ecologico anche in un settore apparentemente distante dai classici prodotti quotidiani.

Sintesi

Questo per dirvi che la sensibilità ecologica oggi è molto alta e sentita specialmente dai giovani, mi ha piacevolmente stupito questa filosofia di consumo green applicata a prodotti per il piacere sessuale che mai e poi mai avrei pensato!



martedì 6 marzo 2018

Plastic-free, i prodotti alimentari senza plastica nei supermercati dei Paesi Bassi

Iniziativa molto interessante nei Paesi Bassi nella Grande distribuzione la catena di supermercati Ekoplaza, ha realizzato in un supermercato di Amsterdam il primo settore plastic-free, cioè la vendita di 680 prodotti senza plastica come carne, riso, latticini, biscotti, yogurt, snack, frutta e verdura.

I punti vendita Ekoplaza, sono noti per la grande offerta di prodotti naturali e di prodotti provenienti da Agricoltura Biologica,. Nel rispetto di questa loro filosofia aziendale hanno voluto creare  e testare prodotti realizzati con  imballaggio limitato e con materiali biocompostabili (da fibre vegetali) che offrono un alternativa più che accettabile alla plastica

Da quando c'è la spazzatura differenziale ci si rende conto di quanta plastica c'è negli alimenti, tutti i giorni devo andare a vuotare il mio contenitore di plastica, il 90% degli imballaggi alimentari è in plastica, dalle bottiglie dell'acqua alle frutta.

I maggiori problemi derivano dagli ingredienti per ottenerla, dalla lavorazione della plastica e dallo smaltimento. Non tenendo conto che  una piccola dose di sostanze chimiche può migrare nel cibo. Ci sono infatti normative a livello europeo che stabiliscono dei limiti perché alcune sostanze possono interferire con il sistema endocrino.

Negli ultimi anni diversi progetti di realizzare bioplastica dagli scarti della lavorazione delle mele e della barbabietola da zucchero hanno dato degli ottimi risultati.

Il trend del plastic free è partito in realtà in Regno Unito con A plastic Planet in collaborazione con alcuni supermercati come Islands, che ha sostituito la plastica dei prodotti surgelati con sacchetti di carta riciclabili.

Entro tre mesi saranno 74 i punti vendita Plastic-free di Ekoplaza, non so se sia aperta una nuova fase, ma questo progetto lo trovo interessante, perchè in qualche modo dimostra che è possibile se si cambia atteggiamento un mondo con meno plastica e di conseguenza un mondo meno inquinato dalla plastica difficilmente riciclabile. 

In questo caso da sottolineare che i prodotti plastic free realizzati con materiali biocompostabili non avevano alcun costo in più per il consumatore non come recentemente è avvenuto in Italia che i sacchetti per frutta e verdura sono divenuti obbligatori e a pagamenti nei supermercati.

Per saperne di più: A plastic planet, ekoplaza

giovedì 15 febbraio 2018

C'è una stagionalità per formaggio, carne e pesce?

Michela T.: vorrei sapere se esiste una stagionalità anche per i formaggi, carne e pesce?

Sì, esiste una stagionalità anche per queste categorie d'alimenti, tuttavia parlare di stagionalità sembra desueto.

L'altro giorno ero al mercato del pesce per le alici, la signora prima di me, voleva gli alicioni. Il pescivendolo gli spiegava che dopo il fermo di Dicembre le alici sono di taglia piccola per il ciclo riproduttivo, gli alicioni si possono trovare in primavera, la signora indispettita " se non le ha, vado da un'altra parte, la faccia finita!"

Siamo abituati alla disponibilità degli alimenti tutto l'anno, non è stato sempre cosi, mi sembra d'avere la sindrome dell'ultimo dei moicani, quando spiego ai miei nipotini che da bambino andavo alla stalla a prendere il latte; aspettavo un anno per mangiare le ciliegie, giravo intorno all'albero tutti i giorni a controllare che non gli succedesse niente.


Il formaggio

Quelli come me si ricorderanno che la mozzarella si trovava solo d'estate, la ricotta e i formaggi di capra freschi si trovavano solo in primavera.

Si potevano trovare anche in altri periodi dell'anno qualche volta ma non avevano lo stesso gusto perché bisogna aspettare la fase d'allettamento dei cuccioli, inoltre la primavera coincide con l'inizio della crescita delle erbe più fresche, dei germogli giovani più ricchi di sapore, una complessità d'aromi che trasferiscono al latte e alle sue lavorazioni.

C'erano diversi tipi di formaggio che è meglio acquistare in inverno, dopo sei mesi di stagionatura, perché prodotti dal latte di mucca estivo, quando le mucche sono al pascolo e hanno un latte più ricco.

Per questo era importante conoscere i tempi di stagionatura se il formaggio veniva fatto con latte delle mucche da pascolo o invernale quando erano in stalla alimentate con il fieno.


Il pesce

Lo stesso problema riguardava il pesce, anche la pesca aveva ed ha una sua stagionalità perchè il pesce si sposta nel mare a secondo delle temperature e delle stagioni.

Oggi questa differenza riguarda solo il pesce selvaggio poco meno del 30% del pesce sul mercato perché il restante 70% è pesce d'allevamento che rifornisce il mercato tutto l'anno in modo costante.


La carne

Anche la carne aveva una sua stagionalità, io ricordo che difficilmente si mangiava pollame d'estate poiché le galline dovevano fare le uova. Con il caldo le galline producono meno uova, per cui si teneva in debito conto in loro numero.

Il maiale che tutte le famiglie avevano dietro casa, gli si faceva la "festa" in inverno, perché con il freddo era più facile conservare le carni, la stessa cosa per altri animali come il bue di carrù si aspettava dicembre il periodo migliore per preparare il bollito.


L'era dell'omologazione del gusto e della stagione unica

Oggi tutto questo ciclo non esiste più, è cambiato il modo di produrre e sempre meno d'associare i prodotti alimentari al ciclo delle stagioni.

Nell'epoca attuale siamo di fronte ad alimenti con la stessa disponibilità e lo stesso gusto tutto l'anno chiaramente l'industria alimentare non può permettersi di seguire la stagionalità degli ingredienti.

Non è cambiato solo il modo di allevare animale e il pesce è sempre più d'allevamento, oggi i pomodori e le fragole sono coltivati fuori terreno o senza terreno in sistema idroponico o aeroponico, serre con prodotti che coprono anche 9 mesi di stagionalità.

Sono propenso a pensare che la stagionalità di un prodotto riguardi più facilmente un prodotto artigianale più che il prodotto industriale, dove dovrebbe esserci un sapere legato al territorio e alla tradizione .

Per esempio qualche giorni fa mi trovavo ad Aosta per la Fiera di Sant'Orso, c'erano alcuni stand di aziende casearie locali, dove i produttori mi spiegavano il tipo di razza d'animale per la produzione del latte, la zona dove gli animali pascolavano, di quale periodo il latte era prodotto, le tecniche di stagionatura e affinamento del prodotto, informazioni che difficilmente possiamo trovare in un prodotto industriale.




Sintesi


Parlare di stagionalità dei prodotti alimentari sembra un concetto superato, non solo per i formaggi, la carne e il pesce anche per la frutta e la verdura, dal mese di Dicembre al supermercato sono in vendita le fragole fresche mentre fuori nevica.

L'industria alimentare ci ha abituato a prodotti alimentari sempre disponibili, un’offerta nata per soddisfare anche una domanda di un consumatore meno informato e sempre più confuso, che ricerca la naturalità nelle ciliegie a Natale e dei mandarini a Ferragosto.

Questo credo abbia creato un divario tra l'uomo e l'ambiente e la percezione delle stagioni.

La stagionalità del nostro tempo sui prodotti alimentari in particolare i formaggi, la carne e il pesce più facilmente riguarda un prodotto artigianale oppure l'acquisto di un prodotto locale, l'acquisto di un pesce "selvaggio" in pescheria. 

La disponibilità di prodotti alimentari tutto l'anno non è priva di pericoli, dall'ambiente alla salute, grazie a tutte quelle tecniche di produzione e conservazione per la disponibilità di prodotti tutto l'anno.


mercoledì 6 dicembre 2017

Il frutto del futuro: il fico d'india

Capita spesso sui media di leggere i cibi del futuro si va dalla carne sintetica o meglio artificiale (non mangio quella normale figuratevi quanto m'invoglia quella sintetica) agli insetti, ai frutti da piante OGM. Saranno questi i cibi del futuro?

Personalmente seguo altre fonti come la Fao ( l'Organizzazione delle Nazione Unite di Food e Agricoltura), che da diversi anni studia alcune varietà locali di frutta, verdura e cereali che meglio potranno adattarsi alle nuove condizioni ambientali che il pianeta potrà avere nei prossimi anni.


Si sono concentrati su alcune varietà che possiamo chiamare dimenticate o meglio sottoutilizzate nonostante abbiano eccezionali qualità nutrizionali e di gusto.

Piante che oltre ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche potrebbero avere un buon potenziale commerciale e essere un eccellente fonte di guadagno per un contadino con un piccolo appezzamento di terra o per un'azienda agricola familiare.

Lo scorso mese è stato pubblicato un fascicolo sul Fico d'India, meglio conosciuto botanicamente come opuntia ficus-indica.


L'esperienza della Fao si basa sulla grave siccità che ha colpito il Madagascar nel 2015, il fico d'india è stata un pianta che ha dimostrato di essere una fonte di cibo, di foraggio e d'acqua per la popolazione e gli animali.

Il Fico d'India è un arbusto o meglio albero che varia in media da 1,5-3 m di altezza. I rami (cladodi) sono appiattiti e di colore grigio-verde. I fiori sono gialli e i frutti variano dal giallo al rosso e al viola e contengono piccoli semi che di solito vengono consumati insieme con la polpa del frutto.

Il Fico d'India è un'importante coltura alimentare nelle aree aride. I frutti possono essere consumati freschi, o trasformati in sciroppi e marmellate, mentre i rami vengono puliti e cotti come verdure in stufati e insalate ( ho apprezzato qualche tempo fa la ricetta della nostra amica blogger Rossella di Salsapariglia con le sue Pale di fico d'india saltate ). 

I rami sono anche usati come foraggio per il bestiame, sia come foraggio fresco o immagazzinato come insilato.


Per il suo alto livello di tolleranza alla siccità, all'aumento delle temperature e al degrado del suolo, le coltivazioni di fico d'India si stanno sviluppando in molti paesi, vengono perfino piantati ai margini dei terreni come barriera contro il vento.

Secondo gli agronomi il Fico d'India contribuisce a migliorare la qualità del suolo, in particolare per le coltivazioni d'orzo e potrebbe secondo una nuova ricerca contribuire in parte a limitare le emissioni di gas serra in quando riduce la metanogenesi dei ruminanti quando viene integrato nel foraggio degli animali.


La coltivazione dei fichi d'India sta gradualmente guadagnando terreno in Messico, dove è originario, il frutto ha raggiunto più di 80.000 ettari di coltivazione di questi 10.000 per la sola alimentazione umana, è stato stimato che in Messico il consumo medio pro capite è di 6,4 kg all'anno.

Dopo il Messico è il Perù la nazione con più di 40.000 ettari di coltivazione di fichi d'India, seguito dal Brasile, dove viene usato come foraggio per gli animali, è anche coltivato in Stati Uniti, diversi paesi che si affacciano sul mare Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Malta, Tunisia), Angola, Kenya, Etiopia e Sudafrica.

Dal punto di vista nutrizionale il Fico d'India, è ricco di acqua ideale per rinfrescarsi durante l'estate, contiene una discreta quantità di fibre, utile per favorire il transito intestinale.

Come la maggior parte della frutta è ricco di vitamina A e vitamina C, con un discreto potere antiossidante, si distingue anche per il contenuto di Magnesio.

Il consiglio è di mangiarli quando sono maturi e dolci per apprezzarne meglio il sapore.

Oltre al Fico d'India l'attenzione della Fao sull'agricoltura del futuro si sta soffermando su alcune piante come la Moringa, Panico Indiano (eleusine coracan), Amaranto, Cardo, Vigna Subterranea (Bambara Groundnut), Grano Saraceno, Pachyrhizus, di cui spero di potere parlare nel prossimo futuro.

Questo post serve per concludere il post precedente sull'agricoltura del futuro non sarà solo importante che tipo di agricoltura scegliere ma che cosa produrre visto le mutate condizioni ambientali.

Fonte delle notizie: Fao 


giovedì 30 novembre 2017

Il futuro sarà per l'agricoltura biologica? Cos'è l'agricoltura ragionevole?

Andrea C, Varese : il futuro sarà per l'agricoltura biologica o l'agricoltura intensiva? 
Carla M, Pesaro : Cos'è l'agricoltura ragionevole?

Nel 2050 secondo le previsione demografiche la popolazione mondiale sarà di circa dieci miliardi, come nutrirle?

Una domanda molto difficile  credo che sono pochi coloro che possono fornire una risposta chiara ed autorevole, in quanto sono ancora molte le variabili che possono modificare l'andamento del settore dell'agricoltura  e del settore alimentare nei prossimi anni.

Tra le variabili più importati c'è il meteo, l'agricoltura è direttamente collegata con l'andamento del tempo atmosferico che negli ultimi anni è stato molto "anomalo" incidendo non poco sulla resa dei raccolti dei cereali, di frutta e verdura che sono alla base dell'alimentazione umana.

La seconda variabile non meno importante riguarda le superfici coltivabili, in molti paesi si riducono a causa dell'avanzare del deserto o dello sfruttamento dei suoli, la penuria di aree coltivabili ha aperto una corsa all'acquisto di superfici coltivabili da parte dei paesi ricchi come il Giappone che dipende dall'offerta estera per soddisfare i consumi alimentari.


Il mercato bio un mercato d'élite

Il 90% del mercato del biologico interessa i cittadini dei paesi ricchi del Nord America e dell'Europa che desiderano alimenti sani, buoni, prodotti in modo più naturale possibile.

Secondo i dati del 2014 nel mondo sono 43,7 milioni d'ettari coltivati con il metodo biologico e rappresentano nel totale delle superfici agricole coltivate solo 1%.

La domanda del bio crescerà ancora nei prossimi anni perchè attualmente nonostante si parli molto d'agricoltura biologica la produzione è ancora marginale.

In Italia nel Rapporto Sinab 2017, è uno dei paesi più virtuosi, l'agricoltura biologica incide per il 14, 5% sul totale del suolo coltivabile con due punti in percentuale in più rispetto al 2015, un agricoltura  in crescita.

C'è una concentrazione di aree coltivate a biologico, il 46% sono rappresentate da 3 regioni: Sicilia, Calabria e Puglia, il Sud Italia supera nei dati il Nord e il Centro sia per aree coltivate che per numero d'aziende e operatori.


Quello che però sappiamo è che il biologico difficilmente riuscirà a nutrire il mondo in quanto le aree coltivabili non possono soddisfare solo col il metodo biologico di bassa resa la domanda generale d'alimentazione.

Hanno calcolato che per soddisfare l'esigenza di una singola persona si necessita di 63,4 are di terra agricola coltivata a biologico, l'Italia come altri paesi non potrà essere autosufficiente con l'agricoltura biologica vista la totalità delle terre coltivabili che ammonta a 15 milioni d'ettari.

Da diversi anni l'Italia è in deficit di suolo agricolo ed è costretta a importare prodotti agricoli dall'estero sia per il consumo che per la trasformazione.

Se è teoricamente autosufficiente per verdura, frutta e ortaggi non lo è per legumi, cereali, patate, zucchero, carne.

Nonostante l'agricoltura biologica ha mosso i primi passi anni '60, si tratta ancora di un'agricoltura giovane, dove è ancora possibile intervenire con progressi tecnici e agronomi al fine d'aumentare la produzione.

Si stanno sperimentando con successo pratiche biologiche per la lotta agli insetti che distruggono i raccolti, come per esempio le coccinelle per sradicare gli afidi che infestano i campi coltivati a cereali come il grano.

Si stanno sempre di più diffondendo con successo la pratica di lotta integrata nella frutta attraverso la produzione di ferormoni di sintesi  per creare della confusione sessuale per gli infetti che infestano i meleti e i castagneti.

Tutta questa nuova sperimentazione con successo mi induce a pensare positivo per l'agricoltura biologica del futuro anche se non sarà in grado di soddisfare tutta la domanda mondiale.



L'agricoltura ragionevole

Si sente sempre parlare più spesso d'agricoltura ragionevole o meglio d'agricoltura per la conservazione dei suoli.

Ricordo ancora gli anni '80 con un libro dell'Onu "il futuro di noi tutti" dove le problematiche per una agricoltura ragionevole erano già state affrontate ma che hanno avuto poco seguito o per lo meno un seguito molto limitato a distanza di 37 anni.

Il suolo costituisce la base della produzione del cibo, si tratta di una risorsa naturale di grande valore, ma sottovalutata, l'estensione naturale dei suoli produttivi è limitata e si trova a dover affrontare le pressioni crescenti di tutte le attività umane, non riguarda solo la richiesta d'aumento delle attività agricole per soddisfare la domanda di cibo, ma altre attività come l'urbanizzazione, l'energia e lo sfruttamento dei suoli per le materie prime.

Il rispetto dei suoli e loro conservabilità per il futuro dovrebbe essere un programma di tutti i paesi, l'attuale tasso di degrado del suolo del 30% può mettere in pericolo la capacità delle generazioni future di soddisfare i bisogni più essenziali.

Per sostenere un agricoltura ragionevole c'è bisogna di una politica sensibile a queste problematiche che crei programmi volti a promuovere normative rigorose e controlli efficaci al fine di limitare l’accumulo di contaminanti oltre le soglie prestabilite per la salute umana.

(L'esempio del glifosato che è stato rinnovato l'uso da parte dell'Unione Europea per altri cinque anni, sicuramente non va in questa direzione)

Noi ci auguriamo un futuro in cui aumenteranno le superficie dei terreni gestiti con pratiche sostenibili è un augurio che deve trasformarsi in certezza.


Il mio sentimento positivo nasce d'alcuni segnali che mi sono arrivati negli ultimi anni:

- Ritorno all'agricoltura dei giovani, con nuove idee, una sensibilità più green per la produzione di ortaggi, cereali, frutta e verdura ma anche stile di vita.
- Aumento delle superficie agricoltura biologica e sostenibile.
- Riduzione del cibo sprecato
- Recupero delle superfici piatte dei tetti per l'agricoltura e contemporaneamente rimanere le case più fresche.
- Riduzione delle proteine animali nell'alimentazione (diminuzione nell'atmosfera di gas dovuta alla flatulenza dei bovini)
- Aumento del numero dei vegetariani
- Affollamento dei mercati contadini, nel vedere tante persone disposte a spendere di più per avere un prodotto più sano.

Questi segnali chiaramente non bastano ma indicano una direzione, deve poi la politica implementare interventi e leggi volte al rispetto dei suoli e alla conservabilità per il futuro, in questa direzione non vedo segnali oltre che tante parole.

Non ho mai visto un partito politico che nei programmi di governo inserisca questi temi come priorità.


Sintesi:

L'agricoltura biologica per quanto se ne parli molto riguarda solo 1% delle superfici coltivate nel mondo. Ogni anno nei paesi occidentali aumenta la superficie dedicata all'agricoltura biologica, credo che con l'introduzione di nuove innovazioni il biologico potrà aumentare la sua produzione e crescere d'importanza, si parlerà sempre di più di bio similarietà e di prodotti bio controllati.

Nuove consapevolezze crescono nel mondo sul rispetto del suolo e della sua conservabilità per il futuro. C'è un maggiore stimolo alla gestione delle risorse del pianeta che dovrà essere unito a un programma di controllo demografico (in particolare alcuni paesi d' Africa e d'Asia).

La ragionevolezza purtroppo non è insita naturalmente nelle persone e ancora meno nella politica e nelle organizzazioni, tuttavia siamo ancora in tempo per potere fare delle scelte ed essere noi i driver del cambiamento invece che subirlo per causa di forza maggiore.

Come consumatori cosa possiamo fare? Cercare di fare delle scelte di qualità per quanto il nostro reddito ce lo permette, l'alimentazione negli ultimi anni si distingue per disuguaglianza sociale, inutile negare che il biologico è caro, anche se ci sono diverse cooperative che portano il biologico fino a casa, annullando il costo in più dei canali distributivi.

Nutrirsi in modo sano quando porti a casa mille euro al mese e sei single con un figlio o due da mantenere magari in una grande città, non è impossibile ma certo è molto difficile.

mercoledì 13 gennaio 2016

Nel 2020 finirà il cioccolato?

Graziella M., Modena Ho sentito dire che il cioccolato è a rischio d'estinzione? Che nel giro di pochi anni, si parla del 2020, potrebbe finire? Ma è mai possibile? Bisogna iniziare a fare le scorte?

Infatti non è possibile, più che il cioccolato è il cacao la materia prima da cui si ricava il cioccolato ad essere protagonista di tante voci speculative.

Nel 2010 avevo scritto un post sull'aumento del prezzo del cioccolato, mi sono sorpreso di quello che avevo scritto non cambierei una virgola, dopo sei anni è ancora attuale.

Il mercato del cacao è in mano a pochi operatori ed è facile influenzare il meccanismo del prezzo.

Storicamente il cacao è uno dei maggiori prodotti soggetto a speculazioni, c'è chi in passato ed ancora oggi, non immette sul mercato le fave di cacao aspettando il momento in cui il prezzo raggiunge il prezzo più alto per vendere.


Cosa è cambiato dal 2010?

Non è cambiato molto ma c'è stato nei paesi produttori tendenzialmente una politica d'abbandono del Marketing Boards dove lo stato esercitava un controllo sugli acquisti stabilendo un prezzo, per adottare una politica di Libero Mercato, dove i diversi stati lasciano libera la contrattazione tra i contadini e gli operatori ed esercitano solo un controllo qualitativo sulle fave di cacao. 

I maggiori produttori di cacao il 70% sono i paesi africani come la Costa d'Avorio, Nigeria, Camerun, da sempre contrassegnati da corruzione, insicurezza economica e politica.

Questa nuovo corso del Libero Mercato non ha aiutato i coltivatori ma ha diffuso di più i speculatori, che si rifanno delle perdite finanziarie con i futures sui prodotti alimentari come cacao, grano e caffè.

Vorrei aggiungere che è molto faticoso coltivare il cacao e poco redditizio, tanto che molti contadini preferiscono coltivare olio di palma oppure in particolare in Sud America canna da zucchero.

Da una parte abbiamo la coltivazione del cacao la cui quantità varia anno per anno perché dipende da più fattori inclusi i fattori climatici (il cacao è una della piante su cui si riflettono gli effetti negativi del riscaldamento del clima), dall'altro abbiamo una domanda di consumo che cresce.

Il risultato è un aumento del costo della materia prima che ai coltivatori di cacao non porta alcun vantaggio.


Marketing del Cioccolato

Il cioccolato da sempre è legato al gusto del piacere e nei paesi occidentali si è puntato molto sul marketing del cioccolato, oramai ogni città ha una sua festa del Cioccolato, non è più solo Perugia con Eurochocolate. 

Sono aumentati i negozi specializzati di solo cioccolato. Efsa ha perfino dato la possibilità ad un noto marchio di cioccolato di potere utilizzare un heath claim, una dizione speciale sulla salute, che io avevo chiamato ironicamente cacao meravigliao. 

In questi giorni c'è in televisione uno spot dove si fa la pubblicità a un integratore di vitamine con cioccolato.
Mentre India e Cina iniziano ad apprezzare il sapore del cioccolato fino a pochi anni fa poco noto.

Possiamo dire che per essere un prodotto che sta per finire, ci stanno investendo molto!


Esempio del prezzo del cacao dovrebbe essere da monito

Un incremento della domanda globale di cioccolato trova difficoltà ad essere soddisfatta, perché al momento pensare d'aumentare la superficie coltivata a cacao è alquanto difficile, trovo fuori luogo tutte quelle azioni volte a incrementare il consumo di cioccolato.

Fino a qualche decennio fa la cultura alimentare si relazionava con la cultura del territorio mentre oggi consumare un prodotto locale o un prodotto del proprio territorio è un capriccio, una distinzione sociale, uno sfizio.

La diffusione dello stile alimentare occidentale in tutto il mondo può rappresentare un rischio per l'intero pianeta.

Una dei principi della Fao per riequilibrare le risorse alimentari e abbattere la fame nel mondo era quello che ogni stato ogni paese deve cercare d'essere autosufficiente per quanto riguarda le risorse alimentari, principio che è totalmente in contraddizione con il mercato alimentare d'oggi.

Certo il cacao non si può coltivare in tutto il mondo, viene utilizzato per creare il cioccolato un prodotto legato al piacere del gusto, non si tratta di un prodotto di base dell'alimentazione, ma da un consumo occasionale siamo passati ad un consumo quotidiano.

Ritengo magari sbagliando che in primo luogo bisognerebbe diminuire il consumo di dolci in generale o per lo meno anche andare alla scoperta di quelle tradizioni alimentare dolci locali fatto con ingredienti locali, che possono in qualche modo contribuire a dare un piacere del gusto.

La mia speranza è che l'esempio dei meccanismi che influenzano l'aumento del prezzo del cacao possano incutere una maggiore riflessione sull'alimentazione, agricoltura e mercato globale.

In sintesi: No il cioccolato non si smetterà di produrre, di sicuro spenderemo di più per permetterci quel piccolo piacere di gusto e diminuirà la quantità della percentuale di cacao presente nei prodotti a favore d'altri ingredienti.

Post correlati: la speculazione finanziaria sul cacao

Un video ironico in cui in un prossimo futuro si potrà "acquistare" il cioccolato, un giovane nasconde nell'impermeabile barrette di cioccolato pronte per essere spacciate, finiremo cosi?





martedì 5 maggio 2015

Le patate coltivate con acqua di mare

Mentre è in scena lo show dell'economia alimentare sostenibile all'Expo 2015 di Milano, nel mondo si stanno sviluppando dei progetti concreti e reali, uno di questi è nei Paesi Bassi, precisamente nell'isola di Texel, le Isole Frisone meglio note come isole di Wedden distanti solo qualche ora da Amsterdam.

I Paesi Bassi hanno una lunga esperienza d'innovatori nel settore agricolo, da anni cercano di recuperare terreni coltivabili al mare e hanno dovuto familiarizzare con la salinità del mare. L'isola di Texel è un vero paradiso immerso nel mare del Nord, dove si coltivano asparagi, si produce birra e formaggio locale e perfino nei giardini ho visto coltivazioni di pomodori.

Dal 2006 è stato avviato un nuovo progetto innovativo, cioè la coltivazione della patata in terreni sul mare con acqua mista acqua dolce e acqua salina, questo progetto mira a dare una risposta concreta alla fame nel mondo.


La patata è originaria del Perù e della Bolivia, ancora adesso vicino al lago Titiaca ci sono più di 200 varietà selvatiche. In Europa è giunta nel 1570 portata dal conquistatori Spagnoli e dagli Inglesi, ora la patata nel mondo è il quarto prodotto più coltivato, dopo grano, riso e mais, ci sono più di 5.000 varietà.

Una delle emergenze ambientali del pianeta è la salenizzazione delle acque dolci e dei suoli, che anno dopo anno riducono la superficie di terre coltivabili ad essere interessati sono per esempio le aree intorno al bacino del fiume Giallo in Cina e del fiume Indo in Pakistan. 

Il progetto innovativo proprio perchè si cercano quelle varietà che possono resistere è più adatte a terreni più vicini al mare, le attuali teorie invitano a non mescolare le coltivazione con l'acqua salata, qui a Texel contando sull'esperienza dei contadini che hanno familiarità con l'acqua di mare, che sono abituati a coltivare piante in clima non favorevole, sono state piantate trenta varietà di patate diverse e vengono conservate le varietà che riescono a sopravvivere in un ambiente cosi difficile.

Mentre nel resto del mondo guarda alla coltivazione di piante da OGM, qui nei Paesi Bassi si selezionano varietà già presenti in natura, il progetto è costituito da un team di agricoltori e ricercatori dell' Università di Amsterdam, non riguarda solo la coltura delle patate ma anche di carote, fragole, cipolle, insalata.

Attualmente il progetto sta muovendo i primi successi, le patate prodotte non sono salate perchè il sale si accumula sulle foglie e non nei tuberi, attualmente unico problema è la resa per ettaro 30.000 chili la metà della resa media olandese, tuttavia il progetto è cosi interessante che diversi paesi come Egitto, Bangladesh e India, hanno avviato progetti di collaborazione, la resa è si più bassa ma trattandosi di terreni difficilmente coltivabili è un successo comunque.

Un' esperienza interessante che volevo farvi conoscere come dire c'è chi parla in Tv di futuro alimentare sostenibile con nella mano destra una fetta di salame e nella mano sinistra un bicchiere di vino e c'è chi invece lavora per costruire un futuro alimentare.

mercoledì 7 gennaio 2015

Perchè io? La formazione del tumore casualità o probabilità?

Brigitte N. : In questi ho letto sui quotidiani che la formazione dei tumori è dovuto alla casualità, allora la prevenzione che trovo anche sul tuo blog, non serve a nulla?

Perchè io? In genere è la prima domanda che una persona si pone dopo una diagnosi di tumore. Che cosa ho fatto di male? È il secondo quesito, come se la responsabilità di una malattia sia qualcosa che il destino ci invia per un'azione compiuta.

La medicina è una pratica recente, una volta gli ospedali, o meglio i spitali come venivano chiamati erano a lato delle chiese e dei conventi, dove non c'erano terapie e si curava la spiritualità della persona assistita. 

La malattia vista come punizione divina dei peccati, ancora oggi questa visione è viva e presente nella società e ogni tanto viene esaltata dalla politica , chi non ricorda i primi anni dell'Aids, quante persone si sono opposte alla ricerca scientifica dell'Aids, perché questa era una punizione divina per un comportamento e non una malattia, tutt'ora ancora oggi la ricerca è fortemente condizionata da pregiudizi.

I quotidiani si vendono sempre meno e c'è bisogno di creare interesse e sbalordire, per aumentare la vendita delle copie o solo il numero di visitatori pertanto si scrive una notizia senza badare alle conseguenze di quanto si afferma o si scrive, riportare studi richiederebbe un minimo di senso di responsabilità.

Lo studio in questione pubblicato su Science è uno studio matematico statistico più che medico scientifico è bene chiarirlo, il quale sostiene che al di la dello stile di vita e della genetica, lo sviluppo del tumore è dovuto alla casualità nel 70% dei casi presi da loro in esame.

Quanto parliamo di tumore, si parla di malattia multifattoriale, sappiamo che a incidere nella formazione dei tumori sono i fattori ambientali, per il 90% (inquinamento, fumo, radiazioni, infezioni, alimentazione, obesità, stress, inquinanti ambientali) e fattori genetici 10%. 

Più che casualità, io sono molto diffidente in merito ai concetti di fortuna, casualità o punizione divina, credo che oggi non conosciamo ancora tutti i meccanismi e/o i fattori di rischio che concorrono alla formazione dei tumori anche se molti sono noti, la ricerca medico scientifica negli ultimi anni si è dedicata molto di più alla terapia e alla riabilitazione, oggi le diagnosi di tumore, sono meno drammatiche di alcuni anni fa, tanto che il tumore può essere un episodio della salute della propria vita che si può superare e controllare.

Anche se tratto alcuni argomenti con ironia e anche sarcasmo qualche volta, hanno il solo scopo d'alleggerire e semplificare i contenuti, ma tutte le indicazione sulla prevenzione dei tumori sono del World Cancer Research Fund International e non mie personali, che in qualsiasi caso condivido e me ne assumo completamente la responsabilità.

Nello studio in oggetto ci sono alcune lacune, non è stato preso in esame il tumore al seno e il tumore al polmone, il tumore che in genere crea più numeri di casi, la relazione tra il fumo sia attivo che passivo è stato scientificamente provato. Lo studio più che altro sostiene che la causa dei tumori e della salute è più dovuto all'invecchiamento, questo però statisticamente parlando non spiega perché sia cosi sempre più diffusi i tumori nei bambini.

Pertanto cercare di seguire le raccomandazioni della prevenzione dei tumori è importante, sappiamo bene che questo non vuole dire di eliminare la possibilità di sviluppare il tumore ma di diminuirne la probabilità.

Io personalmente focalizzerei l'attenzione della comunicazione sulla cosa più importante, cioè la diagnosi precoce per ridurre il numero dei tumori e anche perché consente d'intervenire con terapie meno pesanti e invasive.

Certo se lo studio vuole essere una critica sulla modalità di fare campagne antitumore e anticancro è un altra cosa, anche io le trovo discutibili, dai ricettari anti cancro alle lotterie, tuttavia la comunicazione è cosi, se non sei presente in modo costante sui media le persone dimenticano, oggi cogliere l'attenzione è difficile anche se si tratta di una buona causa.

Ricordo il 4 Febbraio il Worl Cancer Day, che vuole solo attirare l'attenzione sulla prevenzione e sulle diagnosi precoci.

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giovedì 19 giugno 2014

Piante anti allergiche e piante antiquinamento, vero o falso?

Domanda di Ornella M di Siena : spesso mi è capitato quando vado nelle serre e nei vivai, di vedere scritto piante antiquinamento e piante anti allergiche da tenere in casa, ma è possibile? Esistono piante che hanno queste proprietà?

Premetto che anche se ho il pollice verde, il giardino e l'orto, non sono un botanico, ma cercherò di rispondere al meglio, ma se c'è qualche esperto all'ascolto intervenga pure.

Il tema dell'inquinamento è diventato come quello delle allergie un tema molto attuale, certo in un bosco verde a più di 1.100 slm, i disturbi legati all'inquinamento e all'allergie si sentono meno rispetto a una metropoli in pianura.

Anche se abbiamo spesso una visione distolta del problema, pensiamo più all'esterno della casa, all'allergia al polline, alle polveri sottili, in genere nella propria casa ci si sente al sicuro, invece sostanze inquinanti e allergeni ci sono proprio nella nostra casa, dalle vernici, acari, prodotti per le pulizie, chi è allergico sa che deve fare particolare attenzione.

In generale possiamo dire che la causa dell'allergia ha origine da una predisposizione genetica al quale si sommano dei fattori predisponenti ed esposizione all'allergia, quello che noi possiamo fare è ridurre  l'esposizione agli allergeni e l'esposizione ai fattori aggravanti e i fattori scatenanti.

Sempre più spesso le piante vengono vendute come piante antinquinamento, è legittimo chiedersi se le piante effettivamente contribuiscono a pulire la nostra casa da sostanze potenzialmente dannose per la salute oppure al contrario se possono complicarlo.

Il marketing è entrato anche nelle serre e nei vivai, devo dire che non c'è molta ricerca sulla capacità che le piante hanno di rendere l'ambiente di casa più pulito e meno inquinato.


Le prime ricerche portano il nome del professor Wolverton nel 1980, che aveva il compito di "pulire" le navicelle spaziali, condusse diversi esperimenti su diverse piante e sostanze inquinanti dal benzene al formaldeide e al monossido di carbonio, tutti hanno dimostrato che le piante possono contribuire a rendere meno dannoso per la salute gli ambienti chiusi.

La ricerca sul ruolo delle piante come disinquinante sono attualmente state riprese da più Università negli Stati Uniti, in Germania e in Francia nella Facoltà di Farmacia di Lille con un progetto chiamato Phyt'air , dal quale ho attinto come materiale per il post.

Come funziona ? Secondo Phyt'air le piante trasformano molecole tossiche in aria in sostanze nutritive che immagazzinano nei loro tessuti. Gli inquinanti atmosferici sono assorbiti dalle foglie e dallo stelo attraverso gli stomi che regolano la respirazione delle piante, in seguito gli inquinanti atmosferici vengono poi elaborati da microrganismi viventi nutrienti nella radice della pianta .

Nel frattempo la pianta emette vapore acqueo mediante un processo sudorazione . Questo vapore acqueo umidifica l'aria e la rende più sana. Secondo questi studi le piante possono ridurre i problemi associati con problemi respiratori , asma e irritazione della pelle .


Il problema è che nessuno sa rispondere quanto invece parliamo di quantità, cioè basta un vaso di ficus beniamino o dobbiamo crearci una foresta di kentia?

Qui però nessuno degli esperti fornisce risposte convincenti, da quello secondo cui è soggettivo, altri dipende dalla grandezza della casa (Eistein, mica viviamo tutti a Buckingham Palace), dal numero di persone che la frequenta (che lavoro pensi che faccia?), dall'umidità, dall'orientamento, dalla zona, sembra che ci siano più variabili per fornire una risposta certa.

In teoria sappiamo che le piante possono avere proprietà antinquinanti e aiutare le persone affette da allergie ma più come "compliance" non trovo la parola corretta in italiano come dire complemento di una terapia, può fornire un aiuto ma non una soluzione unica del problema, vediamo magari se qualcuno dei nostri lettori ha provato a mettersi in casa un pianta antiallergica e se questa ha contribuito a migliorare il suo benessere.


Per esempio per lottare contro il formaldeide
Il formaldeide è uno dei prodotti più allergizzante che si trova in casa, mobili e armadi , tessuti  nei prodotti per la casa e altri prodotti di uso comune . Per catturare parte di questo inquinante diversi ricercatori indicano di mettere in casa piante del genere ficus, filodentro (Philodendron scandens), kentia (palma).

Attenzione alcune piante possono essere nello stesso tempo allergizzanti e depurare la casa

Per esempio il Ficus benjamina la cui linfa dal colore biancastro e colloso può indurre allergie come nello stesso tempo abbiamo visto che può essere in grado d'assorbire monossido di carbonio e formaldeide.

Particolare attenzione ai vasi di terracotta hanno la capacità di conservare bene l'umidità della terra ed essere anche traspiranti, tuttavia la loro porosità favorisce la crescita delle muffe.

Le muffe sono dei funghi e sappiamo bene che ci sono alcune persone allergiche alle muffe, pertanto o non mettete piante oppure costante pulizia dei vasi oppure rimuovere spesso la terra per favorire l'ossigenazione ed evitare il ristagno dell'acqua.


Piante a scuola e in ufficio migliorano il benessere psico fisico

Nelle scuole e negli uffici dove siamo circondati da computer e luce innaturale , le piante svolgono un ruolo importante, la loro solo presenza migliora positivamente l'umore e riduce lo stress, questo secondo alcuni studi .

Nelle scuole è stato dimostrato che la presenza di piante aumenta la concentrazione e la produttività degli studenti, la presenza delle piante, abbassa le emicranie 30 % , del 20% le sindromi d'affaticamento  e i male di gola .

Secondo alcuni ricercatori mettere un cactus accanto al tuo computer, in grado di assorbire le onde elettromagnetiche .

va beh magari non è vero ma voi mettetelo lo stesso :-)

Alcune piante "note" per diminuire la percentuale di alcuni inquinanti in casa
Ficus: assorbe principalmente formaldeide, xilene, ammoniaca , ricordate che però è una pianta che ama molto l'umidità
L'Antharium: noto per assorbire l'ammoniaca
Dracaena: note per ripulire l'ambiente di formaldeide, benzene e fumo di sigaretta (anche se oggi tutti fumano sul balcone di casa o sulla finestra, ma se anche smettete di fumare non ci offendiamo)
Spathiphyllum; assorbire diverse sostanze inquinanti proveniente da vernici e colle utilizzati per mobili e complementi d'arredo.
Filodentro: note per assorbire formaldeide e pentaclorofenolo (contenuto in mobili e complementi d'arredo, tessuti e colle)
Ci sono anche: calathea, cycas, dieffenbachia, azalea, calathea, areca 

martedì 20 maggio 2014

Olio di Palma 100% frutta

Non ho ancora capito se le boiate arrivano da me da sole o se sono io a cercarle, mentre sfogliavo una rivista in edicola ho visto questa pubblicità, che ha colto la mia attenzione, frutto della palma è 100% frutta, peccato amici miei del club della salute che l'olio di palma che si estrae è composto al 100% di grassi e il 49,9% dei grassi saturi, sapete darmi un altra frutta così?

Se confrontiamo olio di palma con i ciccioli del maiale, che non sono frutta, solo il 40% dei grassi, meglio i ciccioli della frutta verrebbe da dire. Non si può ragionare in questi termini amici miei, è un po' come dire che i Marron Glacè sono in realtà solo castagne, va beh c'è l'80% di zucchero ma daltronde lo zucchero è canna da zucchero o barbabietola, frutta e verdura!

La prossima volta che mi ferma la polizia, lei ha bevuto? Io? Solo uva al 100% di Nebbiolo delle Langhe!

Questa è la pubblicità sembra un' operazione come si dice oggi di green washing, anche se io adopererei il termine food health washing cioè operazione tesa a influenzare l'opinione dei consumatori sulla reali valori di un alimento.

Dal mio punto di vista si deve differenziare il frutto la materia prima dal prodotto che si ottiene tramite una lavorazione o un trattamento, è la differenza che c'è tra oliva e olio di oliva sono due prodotti differenti, non è la stessa cosa dire di mangiare l'uva se si beve vino, la barbabietola se si mangia zucchero, la patata e la vodka, ma anche il purè, non è come mangiare una patata lessa, perchè le patate sono accompagnate con burro, latte e formaggio

Diciamo più che alimentare e seminare dubbi anche in modo maldestro, sembra che crea gli alibi, mangiare qualcosa con olio di palma e come mangiare una frutta, quando mangi la nutella è frutta praticamente.... Va beh ... oh

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giovedì 24 aprile 2014

Cosa mangiano le galline delle uova bio?


Catena, da Salerno: Vorrei sapere cosa mangiano le galline delle uova Bio?

Devo avere la faccia di quello che ha il pollaio, ebbene si, ho il pollaio, piccolo di quelli di casa di campagna, con il terreno intorno, fanno uova normali oggi verrebbe da dire naturali, una decina di galline e un gallo per lo struscio.

Alle galline diamo da mangiare dei preparati bio che vendono nei negozi specializzati fatti di cereali mais, granturco, girasole, grano, in più avanzi  di pane secco tenuto a bagno, scarti sopratutto delle pulizia di frutta e verdura, le mie vanno matte per le foglie del broccolo e di quanto altro trovano sul terreno.

Diciamo subito che non è conveniente avere un pollaio, costa in termini di tempo, accudimento, veterinario, igiene e pulizia , diciamo che è più conveniente comprarle al super, ogni anno diciamo basta ma poi le teniamo sempre, perché tutto sommato ci piace averle intorno, ci sentiamo più country.

In realtà mi piace quando gli ospiti adulti e vaccinati dicono: 
Ma avete le galline e fanno anche le uova? 
Certo che fanno anche le uova, cos'altro dovrebbero fare?
Ma le fanno proprio da lì?
Certo tesoro e da dove altro?
E' doloroso?
Che ne so io se è doloroso? Presumo di no se lo fa tutti i giorni l'uovo, io ho aperto un pollaio non un club sado maso!


Ma delle uova che compriamo, cosa mangiano le galline?

Ricordo che per l'acquisto uovo bio è contraddistinto dal codice 0 per le galline allevate all’aperto in maniera estensiva e con mangime biologico.
Il codice lo trovate sul guscio delle uova esempio 0 IT 169 BS 150 appunto zero il tipo di allevamento, IT la nazione, 169 il codice comune, BS la provincia, 150 il numero del pollaio, ovviamente non lo fa la gallina direttamente cosi ma viene inciso dopo la raccolta sul guscio.

Categoria A sono le uova che soddisfano i criteri di standard per alimentazione, uova fresche e intatte.

codice 0 uova d'allevamento biologico
codice 1 uova d'allevamento all'aperto
codice 2 uova d'allevamento a terra
codice 3 uova d'allevamento in gabbia

Dal mio punto di vista sono da preferire quello d'allevamento biologico o all'aperto, a terra potrebbe dire anche a terra ma nei capannoni, in gabbia invece le scarterei per principio.

Per quanto riguarda le uova biologiche la certificazione mette insieme due aspetti quello relativo all'allevamento e quello relativo all'alimentazione.


L'allevamento biologico, per certi versi è simile all'allevamento all'aperto ma segue un proprio disciplinare di produzione più completo che prevede l'utilizzo di razze di galline autoctone, dei standards in merito allo spazio per mq, disponibile sia per il ricovero che per l'aria aperta che deve essere di almeno 4 mq per capo, gli spazi esterni devono avere zone d'ombra e ripari da eventuali predatori. Inoltre i standard prevedono anche un rapporto ottimale tra gallo e galline, un gallo ogni dieci galline.

Ci sono dei standard relative alle condizioni di luce perché le galline producono più uova quando hanno almeno 14 ore di luce che d'estate non è un problema ma in altre stagioni lo può diventare.

L'alimentazione deve provenire da mangime biologico per il 95%  (cereali e mais senza additivi chimici, amminoacidi sintetici, OGM e farine di pesce);


Mondo globale rischio più ampio

Però, bisogna fare notare che c'è qualche problema nel senso che le uova bio sono tra i prodotti bio più venduti, l'incremento della richiesta di uova bio non trova lo stesso incremento di produzione di cereali e mais bio per nutrire gli animali, per cui molti produttori fanno ricorso per alimentare gli animali con cereali e mais che arriva dal Sud America e dall'Europa dell'est in particolare dall' Ucraina.

Proprio lo scorso anno è arrivato lo scandalo delle false certificazioni bio, in realtà si trattava di cereali e mais OGM, le cose si complicano.

Oggi purtroppo viviamo in un mondo globalizzato dove è lecito acquistare dappertutto, non tutti sono seri e sappiamo per certo che la truffa è dietro l'angolo.

Proprio per questo l'Unione Europea si sta attrezzando per avere un maggiore controllo sulla filiera su ciò che gli animali mangiano anche se si potrebbero coinvolgere più operatori della stessa zona dell'allevamento per produrre il mangime bio delle galline.

Scegliendo uovo bio si corrono meno rischi, delle galline che vivono in un ambiente pulito sono più sane e mangiando bene fanno uova più buone, tuttavia il rischio zero non esiste.

Qualcuno ci dirà ma sempre uova sono, non c'è nessuna differenza. No carissimo prova a montare in cucina un uovo bio e un uovo di galline allevate in batteria e vedi la differenza, fatti una frittata di uova bio e una no e senti nel sapore la differenza, sono questi piccoli dettagli ma che aiutano a scegliere.



Le uova proveniente da allevamento biologico costano di più? 

Supermercato Pam
6 Uova medie con galline allevate a terra      1,68
6 Uova medie con galline allevate all'aperto 1,90
6 Uova medie bio le naturelle       2,55

Supermercato Esselunga
10 uova da galline in gabbia 1,29
6 uova Esselunga a terra   1,69
6 uova Esseluna all'aperto 1,79
6 uova Esselunga bio         2.05
6 uova Coccodì a terra      2,15

Supermercato Billa
6 uova Aia a terra      1,69
6 uova Maia a terra    1,89
6 uova bio le naturelle 1,99
6 uova si biologiche    2,29
6 uova Coccodi         2,62

Supermecato SMA
6 uova medie allevate a terra Sma 1,59
4 uova bio Sma 1,59
4 uova bio Coccodì 1,90

Sicuramente rispetto alla gran parte delle uova il biologico costa di più. Un 10% massimo 30%, ma non sempre dipende dal punto vendita  e se di marchio private label. Sembra che il fatto di avere in aggiunta il marchio come Le Naturelle o Coccodi abbia un costo superiore rispetto alle uova da allevamento biologico del marchio del supermercato, poi sono scelte personali, posso capire che 0.60 o 0,80 centesimi di euro per 6 uova in più per qualcuno può essere un problema mentre per altri no.