martedì 10 ottobre 2017

Perché c'è chi disgusta il formaggio?

Jacqueline M, Bordighera: Perchè alcune persone hanno un avversione al formaggio?
Barbara M, Pescara: Mia figlia non vuole il formaggio, rifiuta qualsiasi tipo di formaggio, ha un consiglio?

Le scelte di gusto sono personali, il senso del gusto è un percorso educativo e sociale insieme, che  parte dal grembo materno, prosegue nell'allattamento, nel divezzamento, nella scuola e nella vita.

Il senso del gusto può arricchirsi nel corso del tempo con la scoperta di più culture, si impara ad  apprezzare nuovi sapori.

L'avversione al formaggio è una delle più note, se l'odio o l'avversione al pesce riguarda il 2,5% della popolazione, quella al formaggio il 6%, un dato molto più alto.

Il disgusto è un emozione fondamentale caratterizzata da un'espressione facciale molto evidente di fastidio.

Nel disgusto verso il formaggio ci sono delle motivazioni di tipo etico legato allo sfruttamento degli animali per esempio da parte della comunità vegana.


Ci possono essere delle motivazioni legate alla salute dovute all'intolleranza del lattosio e l'allergia alle proteine del latte.

In genere le persone tendono inconsciamente a rifiutare alimenti che notano associati a certa forma di malessere personale come mal di testa, meteorismo, diarrea, solo in un secondo tempo e sovente in età adulta scoprono un intolleranza o una vera e propria allergia.

Non è raro che chi scopre un intolleranza o un allergia, scopre d'avere in casa un altra persona con lo stesso problema, tanto che si è pensato a un problema d'origine genetica ma non è stato ancora provato.

Esiste poi una forma di fobia nel confronto del formaggio, specie nei bambini che hanno un olfatto sensibile, per loro il formaggio emana un odore poco gradevole che non stimola il senso dell'appetito.

C'è poi un livello esperienziale ed educativo, in genere il bambino imita i genitori nelle scelte alimentari se in casa per diversi ragioni non si consuma formaggio, può non avvertirne il desiderio e sviluppare anche un avversione senza un motivo preciso, non ritiene parte del suo ambito.

C'è poi un livello più personale legato alla sfera emotiva, si collega un determinato alimento con un evento negativo della propria vita, un'associazione personale spesso irrazionale ma determinante per la scelte alimentari, che porta alcune persone a trasformarsi in una vera e propria fobia che condiziona la quotidianità.


Tuttavia ricordo di una ricerca pubblicata su Frontiers in Human Neuroscinces lo scorso anno che fornisce una spiegazione diversa dell'avversione al formaggio che riguarda il nostro cervello, sembra che l'avversione al formaggio sia in qualche modo collegata alla nostra mente.

Per studiare cosa succede nel cervello, hanno fatto un test a coloro che amavano o detestavano il formaggio con una risonanza magnetica mentre affrontavano  l'immagine e l'odore di più formaggi e d'altri alimenti.

Le persone che non amano il formaggio, il profumo e la vista dell'alimento non stimolano una regione del cervello chiamata Ventrum Palladium (VP) che si attiva quando si ha fame. Nello stesso tempo però altre aree del cervello che in genere sono coinvolte nel meccanismo della ricompensa sono più attive rispetto perfino a coloro che gradivano il formaggio.

Questo sta semplicemente ad indicare che l'immagine e l'odore del formaggio, non genera a tutti le stesse emozioni, ci sono alcune persone che non avvertono la sensazione di fame guardando il formaggio, mentre il circuito della ricompensa si attiva in modo molto anomalo nei soggetti che non amano il formaggio per la sensazione del disgusto.


Non si può parlare di disgusto innato più facile parlare d'associazione emotiva negativa, spesso si sente le persone raccontare d'essere stati obbligati a finire la porzione di formaggio da bambini o associare il formaggio a un periodo di malattia.

In qualsiasi caso le motivazioni più forti legate al disgusto sono legate alla cultura di provenienza degli individui e possono riguardare stili e abitudini alimentari specifiche.

Il consiglio è quello di fronte ai bambini di non insistere, perchè magari ha già mangiato molto  e il formaggio presentato a fine pasto non è cosi interessante, magari il bambino sente il bisogno d'altri gruppi d'alimenti per diversificare il proprio gusto come carne e pesce. 

Si può riproporlo in un momento diverso o anche in una diversa forma come le polpette, in un sformato, in un gratin di verdure, dei gnocchi o anche magari associarlo con un alimento a lui più gradito.

Importante  è comprendere se è in un fase transitoria oppure più seria e di conseguenza imparare a introdurre i stessi nutrienti delle porzioni di formaggio da altre fonti.

In genere però non è mai un avversione al 100% alcuni gradiscono lo yogurt, altri gradiscono solo i formaggi freschi come la ricotta, le mozzarelle e la burrata

Nel caso di vera e propria avversione è bene recarsi dal Pediatra, che potrà inviare ad un allergologo oppure indicare come sostituire gli alimenti per una normale crescita del bambino.

Per gli adulti nei casi più problematici possono rivolgersi a uno specialista di Scienze dell'alimentazione che potrà fornire i consigli di come sostituire il formaggio a tavola. Oggi grazie alla diffusione della dieta vegana e della dieta lactosio free ci sono delle alternative molto interessanti direttamente al supermercato.


martedì 3 ottobre 2017

Dalla sala parto inizia la mancanza di fiducia nei professionisti della salute

Nel giro di pochi anni si sta perdendo il rapporto di fiducia che era la base del rapporto Medico e Paziente.

Ci sono due notizie che vale la pena di commentare anche se provengono da fonti diverse e distanti, sono l'indice di un nuovo contesto che è venuto a crearsi. 

In Italia secondo uno studio dell'Osservatorio per la violenza Ostetrica, una mamma su cinque si è sentita insultata o maltrattata durante il parto dal personale sanitario mentre in Europa un sondaggio della Zavamed sostiene che il 75% degli intervistati ha dichiarato l'essere stato oggetto di un comportamento disdicevole o di un giudizio pesante da parte del personale sanitario.


L'esperienza spiacevole con un medico o con una struttura sanitaria è tra i maggiori ricorsi ai tribunali da parte dei pazienti.

Tanto che la Ministro Lorenzin, da autentica paladina della difesa dei diritti dei malati ha pensato bene con un decreto legge poi divenuto legge 24 /2017 di rivoluzionare la responsabilità degli operatori sanitari nelle cause intentate da pazienti. 

In casi d'imperizia non saranno più sottoposti a giudizio penale ma solo civile e ha trasformato i risarcimenti in semplici indennizzi, tutti i medici contenti le associazioni dei malati molto meno.

Se già era difficile portare un Medico o una struttura sanitaria dopo un errore in tribunale ora sarà quasi impossibile, ma qualora anche fosse possibile saranno solo dei spiacevoli malintesi, la stessa Magistratura avrà più difficoltà a intervenire mancando il risvolto penale.


C'è in Italia un' Osservatorio per la violenza Ostetrica, se esiste un' Osservatorio vuole dire che il problema riguarda un numero di persone piuttosto discreto, non si può parlare di caso isolato.

Su cinque milioni di donne italiane intervistate un milione ha dichiarato d'avere subito insulti e maltrattamenti durante il parto, sono numeri non da poco.

Quello che è stato peggio è stata la risposta su un post di Facebook di una persona che si è qualificata come mamma ma che sospetto sia del personale della sala parto che ha giudicato le donne che hanno risposto al test delle persone poco educate ( non le ha definite proprio così ma è meglio distribuire tazze di camomilla). 

Quello che emerge è un conflitto tra personale sanitario e pazienti, non si tratta di un problema di comunicazione come si cerca di giustificare il dato ma proprio di livello d'intervento che deve essere ripensato non dai protocolli o dalle linee guida sanitarie è l'atteggiamento e l'approccio della classe medica che si rileva inadeguato.

Non si può dire che il crollo delle nascite sia dovuta alla cattiva gestione delle sale parto ma certo è che forse l'inappropriatezza dei comportamenti può avere disincentivato una seconda gravidanza.


Mancanza di fiducia dei pazienti

L'altra ricerca invece ha stabilito che più del di 3/4 delle persone intervistate sostiene d'essere frenato nel percorso terapeutico a causa della mancanza di fiducia da parte di un professionista della salute, di un giudizio negativo, di un commento disdicevole e in qualche caos di maltrattamento vero e proprio.

Tanto che quattro persone su cinque ritardano un consulto o saltano un appuntamento medico per queste ragioni.

Essendo il rapporto medico paziente personale può capitare che non ci sia feeling, ma in genere si va oltre quest'ostacolo della reciproca simpatia ma i numeri di questo rapporto devono fare riflettere.

La cattiva memoria non incoraggia a prendersi cura della propria salute, questo vuole dire diagnosi con sempre più ritardo, costi più alti per la sanità, sappiamo bene dell'importanza dei tempi brevi delle diagnosi per affrontare al meglio le terapie. 

Questa crisi di fiducia prevalentemente colpisce i medici: il 74% di questi comportamenti non corretti, il 9% degli infermieri, seguono i farmacisti, impiegati alla segreteria e le altre figure professionali.

Più in dettaglio il 31% sostiene d'avere ricevuto delle osservazioni sgradevoli ed offensive, lezioni di morale tanto da rendere difficile spiegare i sintomi e le ragioni di richiedere una prestazione sanitaria.



Dalla cura alla prevenzione

Personalmente ritengo che c'è un evoluzione della Società che è diversa dall'evoluzione delle Medicina, mentre la società diventa sempre più multiculturale, multietnica, la medicina si basa sulla prevenzione attraverso i comportamenti virtuosi, che però non sono facili da seguire.

Ci sono comportamenti che per alcune patologie sono deleteri mentre per le persone assistite sono l'essenza del vivere stesso, che senza quell'abitudine gli sembra impossibile di vivere.

Parlo per esempio del fumo, dell'alcool, dolci, stile alimentare per anni i vegetariani sono stati insultati, anche cose più semplici che per alcuni soggetti a rischio di patologie, alcune rinunce sono troppo grandi.

Una volta qualche anno fa ho accompagnato mio figlio a fare il primo test HIV, uscita una coppia, uno di loro ha lasciato la porta aperta leggermente socchiusa e tutte le persone nelle sala d'attesa  me compreso hanno potuto sentire i commenti disprezzanti da parte del personale presente (feci una denuncia alla direzione sanitaria). 


Personale impreparato a gestire le persone assistite

Il problema è che c'è personale troppo giovane e spesso impreparato a gestire il paziente, si può avere una specializzazione e essere dotti di un ramo specifico della medicina ma interloquire con le persone assistite è un altra cosa.

La Medicina è una pratica dove il contatto umano è fondamentale,  l'obiettivo è quello d' aiutare le persone a essere il più possibile in buona salute, indipendentemente dalle ragioni che hanno motivato la sua visita.

Per esempio in Regno Unito si tengono dei corsi di comunicazione rivolti al settore medico, per comprendere meglio attraverso la comunicazione verbale e non verbale, il linguaggio del paziente per metterlo al proprio agio per dirci la vera ragione per la sua visita. 

Per evitare che a volte in una visita per timidezza, vergogna, ansia o paura si nascondano dei sintomi o dei problemi di salute.


La soddisfazione del cliente entra nelle strutture sanitarie

Quello che serve è un approccio diverso, una categoria che deve rivedere le basi del suo comportamento, perchè sono cambiate le esigenze della società.

Tutte le società di servizi e la salute è un servizio, hanno come obiettivo la soddisfazione del cliente, questo concetto è nuovo in medicina, come non c'è nulla di peggio di un cliente insoddisfatto anche per le strutture sanitarie e mediche.

Oggi la Medicina è un business, si mette sullo stesso piano Sanità pubblica e Sanità privata, meno pazienti meno guadagni, sia per il pubblico che per il privato, anche l'ospedale pubblico se non ha un certo numeri di prestazioni può essere chiuso, nessuno può permettersi di mantenere strutture con pazienti insoddisfatti.

A spingere per motivi poco etici ma molto pratici verso questa direzione, sono sia le Assicurazioni che si troverebbero cosi con diagnosi tardive a costi proibitivi e la stessa sanità pubblica che non può permettersi costi superiori, se permane questa situazioni di conflitto sarà deleteria per l'interno settore Medico.

Non sappiamo le vere ragioni che hanno portato lo scorso anno  12,2 milioni di persone in Italia  a rinunciare o rinviare le prestazioni sanitarie (1,2 milioni in più rispetto all'anno precedente, pari a un incremento del 10,9%) il Censis lo ha interpretato come una rinuncia economica e se invece fosse una rinuncia per mancanza di fiducia?